— Orbene, poichè così è, potrai parlarne o scriverne, che sarà meglio, al tuo collega Furio Spongia, a Crispo Lamia, a qualcun altro delle Botteghe Vecchie.
— Ahi, ahi! — esclamò Cepione, con quell'aria di soave malinconia che assumono i mercanti sulle difese, e in generale tutti gli uomini che stanno per negarvi un servizio. — Le Botteghe Vecchie sono chiuse.
— Da quando? — domandò Caio Sempronio, che lì per lì non aveva capito il senso riposto della frase di Cepione.
— Da quando hanno incominciato a diffidare. Bada, non sono io che parlo; riferisco i discorsi degli altri. C'è Furio Spongia che asserisce aver tu preso ad imprestito per somme di gran lunga superiori alle tue sostanze.
— Ah! dice questo, il briccone?
— Sicuro, ed aggiunge di averne le prove. A me, che volevo persuaderlo del contrario, perchè ho fede in te, e dopo tutto non mi spaventerei d'aver perduta una parte del mio, pur di averti potuto rendere un servizio, a me, dico, Furio Spongia ha risposto di essersi abboccato col tuo arcario e di averlo costretto a convenirne, dopo tirata la somma di tutti i tuoi debiti, antichi e nuovi. Anzi, mi aggiungeva che Lisimaco... Ê così che si chiama il tuo cassiere?
— Sì, va innanzi; — disse Caio Sempronio, impaziente di giungere al fine.
— Mi aggiungeva dunque che Lisimaco, turbato da quella improvvisa scoperta, che rendeva inutile il suo ufficio, ti aveva scritto una lettera.
— A me? Non so nulla di ciò.
— Eppure, quella medesima sera il messaggiero era partito da Roma.