— Aspetta; — disse Caio Sempronio. — Ora mi rammento. Dev'essere stato quindici giorni fa. Lisimaco infatti mi scriveva..... Ma in verità, non so che cosa mi scrivesse, perchè non ho letto il messaggio.

— Leggilo ora, e vedrai. —

Il nostro cavaliere, scombussolato da quelle ingrate notizie, andò nella sua camera, aperse la capsa e trovò la lettera del suo povero arcario. Era un piagnisteo dalla prima all'ultima parola. Lisimaco aveva riconosciuti ad uno ad uno gli sdruci fatti dal cavaliere nel suo patrimonio, e conchiudeva malinconicamente col dirgli: «tu non hai più nulla del tuo; i creditori sequestreranno ogni cosa, e, quel che è peggio, i tuoi poderi non basteranno a coprire i debiti, così numerosi ed ingenti, come hai avuto il senno di farli.»

Rimase di sasso. Non ignorava già di andare alla rovina, ma non credeva di giungerci così presto. Altro che fermarsi allo scrimolo! Egli era già a gambe levate nel vuoto.

Il primo pensiero che gli usci formato ed intiero da quella gran confusione, fu per la donna amata da cui avrebbe pure dovuto separarsi.

— E Clodia? Che dirà Clodia? Come l'avvertirò io di tanta sciagura? —

La conclusione del suo soliloquio si fu che per quella sera non avrebbe parlato di nulla. Rimettere le noie al dimani è sempre stata la gran regola degli uomini a modo.

Il giorno dopo, era meno che mai disposto a parlare. Andò in quella vece a trovar l'argentario, per vedere se fosse possibile di intenerirlo.

— Senti; — gli disse; — l'autunno è inoltrato e a giorni mi bisognerà ritornare a Roma. Fa ancora uno sforzo, e t'assicuro che sarà l'ultimo.

— Lo vorrei, per Saturno, ma non posso. Tu vuoi cavar sangue da una rapa. Ho appena il danaro bastante per viver qui una ventina di giorni, da solo e senza uscire di riga. Quanto a Furio Spongia e a' suoi degni colleghi, mi pare di avertene detto abbastanza ier sera. Credo anzi che abbiano intenzione di rivolgersi al pretore, se già non lo hanno fatto, per tutelare i loro diritti. —