— Ah, non temere! Chi ama te, le dimentica tutte. —

Ciò detto, si allontanò, ma non senza volgere dal fondo dell'atrio una lunga occhiata a lei, che gli sorrideva dal tablino aperto, bella e fresca come l'aurora.

— Lasciarla! pensava egli intanto. — Non ne sento il coraggio. Udiamo prima il consiglio di un savio. —

Chi era costui, che doveva metter bocca sulle faccende di Tizio Caio Sempronio? Aspettate, e lo vedrete. Il pensiero di far capo a costui gli era nato nella notte, e, cosa strana, posando al fianco di Clodia. Il mondo è pieno d'antitesi, e il cervello dell'uomo, che è un piccolo mondo, ne ha una ad ogni svolta delle operose sue cellule.

La barca su cui era salito il nostro cavaliere andava a tutta forza di remi verso Puteoli; ma volse a riva, prima di giungere in vista di quel piccolo porto. Colà si vedeva una villa graziosa, le cui mura dipinte di cinabrese s'inerpicavano per la verde costiera, andando a congiungersi al sommo di un poggio, dove sorgeva una casa foggiata a mo' di tempio greco. Questa almeno era l'apparenza sua, derivata dal portico d'ordine dorico, che correva lungo la fronte dell'edifizio.

Quel luogo dicevasi l'Academia, e gli eruditi hanno già capito a chi appartenesse. Noi che non siamo eruditi (e ci corre) prenderemo ad imprestito un po' della loro dottrina, per dirvi che Acadèmo era un cittadino ateniese, il quale aveva nominato il popolo erede dei suoi orti, convertiti poscia in pubblico passeggio, cinto di mura da Ipparco, abbellito da Cimone, illustrato dai discepoli di Platone, che vi si raccoglievano a disputare; donde la scuola ebbe il nome di Academia. Ma perchè tuttociò non vi chiarirebbe ancora le origini dell'Academia di Puteoli, aggiungeremo che un grande romano aveva imposto quel classico nome alla sua casa di campagna, posta colà, tra Puteoli e il lago d'Averno, abbellendola di portici e circondandola di giardini, ad imitazione dell'Academia di Atene. E quest'uomo, ormai lo hanno indovinato anche i non eruditi, si chiamava Marco Tullio Cicerone.

Caio Sempronio, smontato dal burchiello alla riva, salì per un sentieruolo, che, serpeggiando attraverso una macchia di corbezzoli e di frassini, metteva all'abitazione del magno oratore. Tutto in quel luogo era grazioso e severo ad un tempo; si capiva alla bella prima che dovesse essere il romitorio d'un filosofo, e che quel filosofo fosse anche un uomo di buon gusto. Alla mente del nostro cavaliere s'affacciò per l'appunto una sentenza dell'Arpinate, che doveva essere nata colà: hic mihi jucundior solitudo, hic et amicitia jucundior.

Fu annunziato l'arrivo del nostro eroe, mentre il più elegante dei pensatori romani stava dettando una delle auree sue pagine al suo liberto, amico e discepolo, Marco Tullio Tirone. Non ignorate per fermo che i liberti prendevano il nome dei loro antichi padroni.

Caio Sempronio non voleva riuscire molesto in quell'ora solenne, e il filosofo approfittò delle cortesi sollecitazioni di lui, per finir di dettare uno dei suoi capitoli immortali. Cicerone stava appunto per condurre a termine il trattato «Della Vecchiaia» che è senza fallo uno dei suoi migliori, anzi l'ottimo fra tutti, per la purezza della forma e la dignità dei pensieri.

In quel libro parlava Catone il Maggiore, ma un Catone riveduto e corretto dall'ingegno altissimo di Marco Tullio, che si levava nella chiusa ad inarrivabili altezze.