— «Nessuno, o Scipione, mi persuaderà mai, che il padre tuo Paolo, o i due avi Paolo e l'Africano, o il padre dell'Africano, o lo zio, o molti altri valentuomini che non accade di enumerare, avrebbero operato tante cose degne del ricordo della posterità, se non avessero veduto con l'occhio della mente che la posterità era ad essi dovuta. O pensi che io (per lodare un tratto anche me, alla guisa dei vecchi) mi sarei tolti sugli omeri tanti assidui travagli in città e nel campo, se avessi pensato di dover chiudere la mia gloria in quei medesimi confini in che la mia vita doveva esser chiusa? E non sarebbe stato assai meglio trarre oziosa la vita e quieta, senza alcuna fatica, o contrasto? Senonchè, io non so come, l'animo mio, sollevandosi, sempre così vedeva la posterità, come se, dopo la morte, avesse a continuargli la vita. La qual cosa se non procedesse in tal modo, che le anime nostre fossero immortali, l'intelletto degli ottimi non si travaglierebbe di certo per conseguire una gloria immortale. E perchè credete voi che muoiano di buon animo i sapienti, e tutto al contrario gli stolti? O non vi pare che l'animo il quale più scorge, e più lontano, s'avveda per l'appunto di partire per regioni migliori, mentre chi ha ottusa la vista nol vede? Sì, veramente, io m'esalto nel desiderio di vedere i padri vostri, che ho rispettati ed amati; nè quei soli che io stesso conobbi, ma altresì coloro dei quali udivo e leggevo, e intorno ai quali scrissi nei miei libri di storie. Pronto alla partenza per quei luoghi, nessuno varrebbe a trattenermi, volesse anco ritornarmi alla prima giovinezza, ricuocendomi, come si narra del vecchio Pelia aver fatto Medea. E se pure un Dio mi concedesse di tornar bambino, così che io dovessi vagire in cuna, in verità ricuserei, non volendo, quasi alla fine del mio corso, dalle riprese essere ricondotto alle mosse.» —
— Stupendo! — esclamò Caio Sempronio, che non seppe trattenere lo scoppio della sua ammirazione.
Marco Tullio, a cui piaceva la lode, pagò quella esclamazione con un sorriso e con un cenno amichevole del capo; indi continuò la sua dettatura:
— «Invero, che cos'ha la vita di utile, o non piuttosto di travaglio? Ma l'abbia pure; essa ha certamente, dopo tutto, la sua noia e il suo termine. Non mi piace adunque di rimpiangere la vita, come molti ed anche savii hanno fatto. Neanche mi pento di essere vissuto, perchè sono vissuto in tal guisa da non credermi nato invano, e da questa vita mi parto, come si fa da un ospizio, non come da una casa. Infatti a noi la natura diede l'albergo per soggiornarvi, non già per abitarvi. O splendido giorno, nel quale io parta per quel consesso di anime divine e mi allontani da questa turba e confusione di gente! Nè solo andrò a quegli uomini dei quali ho detto poc'anzi, ma eziandio a Liciniano mio figlio, di cui non nacque uomo migliore, nè chi lo avanzasse in pietà; il cui corpo fu abbruciato da me, quando era più naturale che il mio lo fosse da lui. L'anima sua non mi abbandonò, veramente; anzi, mirando a me di continuo, s'avviò a quel luogo dove sapeva che io pure avrei dovuto giungere un giorno. La quale sventura mia io parvi sopportare con fortezza, non perchè mi vi acconciassi di buon animo, ma perchè me ne consolavo, stimando non esser lontane tra noi la dipartita e l'assenza. Per queste cose, o Scipione (che mi dicevi di averne fatte spesso le meraviglie con Lelio), la vecchiezza, non che molesta, mi torna dilettevole e cara. Che se io m'inganno nel credere immortali le anime umane, volentieri m'inganno, nè voglio mi si tolga un errore, che abbellisce la mia vita. Se morto non sentirò più nulla, come credono certi filosofastri, non temo che i filosofi, morti anche loro, abbiano a deridere questa mia illusione. Che se poi non dobbiamo essere immortali, tuttavia è desiderabile per l'uomo di estinguersi al suo tempo. Imperocchè la natura, come in tante altre cose, così ha una misura nel vivere. E la vecchiezza è come il compimento della vita; è il quint'atto della commedia, in cui dobbiamo sfuggire ogni ombra di stanchezza, segnatamente dove si aggiunga la sazietà. Queste cose avevo a dire della vecchiaia, a cui v'auguro di pervenire, affinchè le cose udite da me possiate trovar giuste, mercè la vostra esperienza.» —
L'amanuense aveva finito di scrivere, e Cicerone diede una rifiatata di contentezza.
Anche questa è condotta a termine; — diss'egli. — E quasi quasi mi duole. Ci si separa mal volentieri da un amico; e questo lavoruccio era un amico per me.
— Tu lavori sempre, ad onore di Roma, — notò con timido accento il giovine cavaliere.
— Così tu dicessi il vero! Confermeranno i posteri la tua sentenza? Ecco il punto. Ad ogni modo, fo quanto è in me per meritarla. Le lettere mi consolano in ogni studio della vita, e, come tu vedi, mi seguono anche in villa. E adesso, o Tirone, — soggiunse il grande uomo, — va a ricopiare lo scritto; lo manderemo agli amici, se credi che ne valga la spesa. Io udrò frattanto questo umanissimo giovine. —
Tirone raccolse le sue tavolette e si ritirò, mentre Caio Sempronio si faceva innanzi.
— Tu vorrai perdonarmi l'indugio; — continuò Cicerone. — Noi vecchi abbiamo sempre qualche ricordo da lasciare a chi verrà dopo; e guai a noi, se perdiamo il filo, perchè il tempo incalza e la Parca ci attende. —