Il grande oratore e filosofo sentiva già forse vicina la morte. Infatti, sei anni dopo, egli moriva coraggiosamente, nel sessantesimo quarto anno d'età, vittima delle ire d'Antonio che egli aveva fulminato con le sue filippiche, piene di tanto amore per la patria e di tanta devozione alla causa della libertà, che pur vedeva perduta. I soldati recarono la sua testa a Fulvia, la moglie di Antonio, e la fierissima donna, impugnato lo spillo che le teneva raccolti i capegli, vendicò sulla lingua del morto le dure verità dette dai rostri al suo secondo e al suo primo marito. Ricorderete che innanzi di dar la mano al futuro amante di Cleopatra, il quale la trattò poi secondo i suoi meriti, facendola morire di dolore e di gelosia, Fulvia era stata la moglie di Publio Clodio.
— Ma lasciamo questi vani discorsi; — proseguì Cicerone. — In che cosa può giovarti l'opera mia? —
Caio Sempronio gli espose allora in poche parole il caso suo, riserbandosi di tornarci sopra con maggior diffusione, per tutti quei particolari che al sommo giureconsulto mettesse conto di sapere. Cicerone, che aveva conosciuto da vicino il padre di lui, lo ascoltò con molta benevolenza e volle conoscere tutto, dall'a fino alla zeta.
— C'è una donna, di mezzo! — esclamò. — Dovevo immaginarmelo. Giovani matti, che non ricordate essere stata una donna la causa dell'eccidio di Troia! È vero per altro — soggiunse egli, ridendo umanamente della sua medesima osservazione, — che, se non cadeva Troia, non nasceva Roma. Dunque, perdoniamo alle donne, e tiriamo avanti. —
Il nostro cavaliere proseguì il suo racconto, nel quale gli occorse anche di profferire il nome di Clodia Metella. E questo non giunse nuovo a Marco Tullio, che rammentò allora il teatro di Pompeo e la rappresentazione della Casina di Plauto, alla quale abbiamo fatto assistere i lettori.
— Io non ti dirò nulla di lei; — disse il magno oratore. — Sarei un testimonio sospetto. A me basta che tu, sapendo quello che io ne ho detto al tribunale pochi anni or sono, non abbia temuto di venire da me per consiglio. Forse intendevi che, dopo quanto t'è occorso, ero io il tuo alleato naturale. —
Queste parole di Cicerone svegliarono nel cuore di Caio Sempronio un vago senso di tristezza. Egli non aveva pensato a nulla di tutto ciò che il suo illustre interlocutore vedeva in quella visita, fatta piuttosto a lui che ad un altro. Era andato da Marco Tullio, per la stima che aveva grandissima del suo ingegno, per la stessa urgenza del caso, che non portava di andare a cercare un consigliere lontano, mentre ce n'era uno a pochi passi da Baia, e in fondo in fondo anche per quella virtù dell'istinto, che nei supremi momenti ci fa indovinare da qual parte si trovino gli aiuti più poderosi. Ma quell'accenno del grand'uomo al passato, gli fece provare una specie di rimorso, che si mutò in corruccio, non contro Cicerone, bensì contro sè stesso.
— Forse ho dubitato di lei? — pensò Caio tra sè. — E venendo a chieder consiglio da Marco Tullio, intendevo forse di vendicarmi su lei? Mi sono rovinato per quella donna, è vero, ma come mi sarei rovinato per un'altra, nè più, nè meno. —
L'interna battaglia che io vi ho descritta con tante parole, durò a mala pena un istante. E in pari tempo il nostro cavaliere sentì il bisogno di sviare il discorso.
— Forse, — diss'egli, — la causa non è degna di te, ed io ho abusato....