— No, non credere che sia da meno del mio povero ingegno; — interruppe Cicerone. — Te lo dirò con Terenzio: sono uomo, e nessuna delle umane miserie ha da essermi straniera. Mi occuperò del tuo caso, appena sarò di ritorno in Roma. Io non mi sono trattenuto a Puteoli che per finire il mio libro. Ma il Foro mi richiama da un pezzo, e fo conto di partire domani o doman l'altro. Vieni a vedermi laggiù e conducimi il tuo Lisimaco, per tutti i ragguagli e per tutti gli schiarimenti che mi saranno necessarii. Comunque esso valga, il mio patrocinio lo avrai.
— Ah! — gridò il cavaliere. — Tu mi ridoni la vita. Con te si vince di sicuro.
— No, non cantar vittoria, te ne prego. Un cattivo avvocato può perdere una causa buona; un buon avvocato non può guadagnarne una cattiva. Almeno, — soggiunse, con una restrizione che gli pareva necessaria, — se il giudice è onesto. —
Caio Sempronio si accomiatò finalmente dal grande oratore, promettendogli che pochi giorni dopo si sarebbe presentato a lui, nella sua casa al Palatino.
CAPITOLO XX. Una va e l'altra viene.
Egli ritornò alla riva con la morte nel cuore. Con che animo avrebbe egli detto a Clodia Metella: partiamo alla volta di Roma? Non sarebbe bisognato confessarle ogni cosa? E quella confessione non l'avrebbe fatta arrossire?
Pure, non si poteva fare altrimenti. Caio Sempronio si rassegnò, implorando da Minerva una buona ispirazione, pel momento in cui si sarebbe trovato da solo a solo con Clodia.
La navicella toccò la riva di Baia, senza che egli avesse trovato niente di meglio nella gran confusione del suo cervello. Balzò tuttavia sollecito a terra, e corse, volò, al nido dei suoi poveri amori; nido diletto, da cui gli era pur necessario allontanarsi tra breve.
Il silenzio regnava in Citera. La sua bella compagna non era ad attenderlo, come soleva, sotto il vestibolo. L'atrio era deserto, e deserto il tablino.
— Ahimè! — pensò egli in cuor suo. — così sarà deserto il luogo domani. Vedete come è già triste fin d'ora. —