— Grazie; — rispose. — Debbo andare a Roma, o domani, o doman l'altro.
— Non puoi aspettare? Tra otto, o dieci giorni al più tardi, si viene anche noi.
— Non posso; — replicò Caio Sempronio, chinando la testa.
Giunia Sillana battè sdegnosamente del suo piedino sulla ghiaia del viale.
— Sempre lei! — esclamò, con accento d'amarezza.
— Ti giuro che non vado per lei; — disse il giovane. — Sappi, poichè mi credi così fanciullo, che le cose mie non vanno troppo bene. Il mio arcario mi ha scritto l'altro giorno di gravi dissesti. Temo di restar povero....
— Già! — interruppe Giunia Sillana, precorrendo di cinquant'anni una sentenza di Orazio. — La sanguisuga non ha lasciata la pelle, se non quando è stata piena di sangue. —
Caio Sempronio acconsentì col silenzio all'osservazione della sua bella vicina.
— Or dunque, — riprese egli poscia, — stamane sono andato a Puteoli per chieder consiglio a Marco Tullio Cicerone. Ero appunto da lui, quando essa è fuggita. Il grand'uomo mi ha promesso il suo patrocinio.
— Cicerone è un insigne giureconsulto, — notò Giunia Sillana, — e vede molto giusto in ogni cosa. Ricordi tu come l'ha giudicata, tre anni fa, la bella quadrantaria?