— A proposito, — diss'ella, mentre erano già davanti al montatoio della reda, — come si chiama il tuo talamègo?
— La Sirena; — rispose il cavaliere.
— Un mostro adunque? Metà donna e metà pesce, per allettarti con la sua bellezza e poi sguizzarti di mano? No, no, — proseguì ella ridendo, — questo nome non mi piace. Se permetti, quind'innanzi sì chiamerà l'Amicizia; il nome di una cosa sacra ed umana ad un tempo, non favolosa, nè mostruosa, nè paurosa; ne convieni? —
Come resistere a quelle parole? Il santo nome dell'amicizia non era egli una malleveria, una guarentigia contro ogni sospetto di secondi fini?
Or dunque, sotto il manto dell'amicizia, Caio Sempronio salì sulla reda. E mentre la Sirena Clodia Metella, a fianco dell'adiposo Cepione, viaggiava per Linterno e Gaeta, alla volta di Roma, il nostro bel cavaliere, al fianco di Giunia Sillana, viaggiava per Cuma e Neapoli, alla volta di Pompeia.
Convenite, lettrici umanissime, che c'era più garbo e più eleganza in questo rapimento che in quello. Giunia Sillana pareva un trionfatore romano che si avviasse al Campidoglio, conducendo in mostra il più nobile dei suoi prigionieri.
Due differenze erano per altro a notarsi: che il trionfatore era una bellissima donna pallida con due grandi occhi neri, da valere essi soli un paio di legioni, e che il prigioniero era in cocchio, senza catene alle braccia.
CAPITOLO XXI. Pro tribunali.
La mattina del penultimo giorno di ottobre (che, per amore di latinità, potremo chiamare anche tertio kalendas novembris), l'insigne Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, con la sua ampia toga fregiata sui lembi da una lista di porpora, se ne usciva di casa, preceduto da tre coppie di littori, anch'essi togati, con la loro bacchetta nella destra, e coi fasci delle verghe, ma senza scure, alzati sulla spalla sinistra.
Marco Rutilio Cordo si recava al Foro, per amministrare la giustizia. Ma come? in un giorno feriato? In quel giorno per l'appunto cadevano le ferie di Vertunno, il dio degli alberi ed anche dei contratti e delle permute; donde si argomenterà facilmente che, in un paese agricolo come il Lazio, fosse anche un giorno di nundinae, ossia di mercato.