E qui bisognerà spiegarsi un tantino. Neanche presso gli antichi Romani si poteva amministrare la giustizia ogni giorno dell'anno. C'erano i giorni nefasti, in numero superiore ai sessanta, che non si ritenevano da ciò; e a questi contrapponevano i fasti, in numero di quaranta, determinati dalla legge per l'esercizio della giurisdizione. Dopo questi venivano i cento novanta giorni comiziali, destinati per le adunanze del popolo, e messi anche a disposizione dei magistrati, ogni qual volta non ci fosse comizio; laonde il piccol numero dei fasti, propriamente attribuiti alla trattazione delle cause, non era un così grande svantaggio per la giustizia, come a prima giunta parrebbe.

Un'altra divisione era quella dei giorni in festi e profesti, cioè festivi e non festivi. Un giorno fasto cadendo in un festivo, perdeva per quel fatto la sua qualità di fasto, cioè di giorno destinato all'amministrazione della giustizia. Ma questa massima fu a mano a mano ristretta, e ad esempio i giorni di mercato, che erano festivi o feriati, furono dalla legge Ortensia, nel 468 di Roma, annoverati tra i fasti; parendo ragionevole che il contadino, venendo in città per l'occasione del mercato, avesse modo di sbrigare in pari tempo le sue faccende giudiziali, approfittando della giurisdizione volontaria del sor pretore.

Il qual pretore, che era il secondo magistrato della repubblica e surrogava i consoli quando essi conducevano in guerra gli eserciti, entrando in uffizio proponeva la formola, o l'editto, secondo il quale doveva giudicare, per tutto quell'anno, delle cose spettanti alla sua giurisdizione. E giudicava lui direttamente, o per mezzo di giudici, scelti nell'ordine senatorio, e delegati da lui per ogni causa speciale. Ma qui sento il bisogno di girar la chiave dell'erudizione; se no, risichiamo di morire affogati. Compirò il ritratto del pretore dicendovi che, oltre la toga pretesta e i sei littori, egli aveva la sedia curule, il tribunale in un luogo elevato del Foro, e l'asta e la spada, simboli del suo dominio e dell'autorità di troncare ogni nodo litigioso. Questi gli onori; quanto alle noie, sappiate che aveva poche vacanze, non potendo che per lo spazio di dieci giorni assentarsi da Roma.

Quella mattina, adunque, Marco Rutilio Cordo, pretore urbano, andava al suo tribunale, per giudicar lui in persona. Si trattava d'una causa importante per sè stessa e pel nome dell'oratore. I lettori, che indovinano tutto, solo che siano nulla nulla messi sulla strada, hanno già indovinato che l'oratore era Cicerone, e che la causa era quella di Tizio Caio Sempronio co' suoi creditori degnissimi.

Ma quand'anco non lo avessero indovinato, lo argomenterebbero ora dalle parole che andava borbottando tra sè, alla guisa dei vecchi, il nostro ottimo Marco Rutilio, nel recarsi al suo posto.

— Quel povero Caio Sempronio! Lo vedo brutto, ma brutto assai, malgrado l'ingegno del suo avvocato. Infine, e che perciò? Roma ha bisogno di qualche esempio. E non è forse tempo di mettere il cervello a partito a tutti questi pazzi scialacquatori? Quanto agli usurai, non lo nego, sono la peste della città. Ma nel caso nostro è proprio vero che l'usura ci sia? Non liquet.

Non liquet era la frase di rito dei giudici, quando non constava loro del fatto, e non ci vedevano chiaro, nè per assolvere, nè per condannare. La tabella che recava incise le lettere N. L., iniziali delle due parole in discorso, equivaleva ad una delle moderne assolutorie per mancanza di prove.

Nelle vicinanze del Foro c'era già una gran ressa di popolo. Le Dodici Tavole avevano stabilito che ogni giudizio dovesse incominciarsi prima del mezzogiorno, ed era già mane ad meridiem, cioè a dire mancava un'ora al punto legale. Patroni e clienti, curiosi d'ogni sorte, villani, causidici, cavalocchi e via discorrendo, si affollavano tutti agli accessi del Foro. E i littori di Marco Rutilio Cordo dovevano ad ogni tratto alzar la bacchetta, per far cansare la gente sul passaggio del magistrato.

— Se vi pare, fate largo, o Quiriti! —

Il principio della frase era una pretta cerimonia. Al popolo romano, ai Quiriti, non si poteva parlare con alterigia, si capisce; ma guai se i Quiriti non avessero obbedito a quella preghiera. Due littori abbrancavano il riluttante; un altro slegava i fasci, e lì, in mezzo alla strada, poteva rompere sulla schiena del mal capitato una mezza dozzina di verghe.