Passando davanti alle Botteghe Vecchie, il grave personaggio ebbe un mezzo trionfo. Tutta la nobil classe degli argentarii e quella nobilissima dei loro sensali, facevano a chi gridasse ed applaudisse di più. Marco Rutilio Cordo ne fu intenerito; i littori adoperarono un po' meno la bacchetta e permisero che uno dei più fervidi ammiratori baciasse al magistrato il lembo della toga pretesta.
Quella dimostrazione era un'alzata d'ingegno di Servilio Cepione, di Furio Spongia e degnissimi sozii. Tutti que' furbi di tre cotte conoscevano il debole del pretore, o, per dir meglio, l'animo umano, che ha, dopo tutto, qualche buona qualità. Ora, non è chi lo ignori, sono appunto le buone qualità che spesso lo fanno operare alla rovescia. E voi, lettori, immaginate l'effetto che tutte quelle grida e genuflessioni dovevano avere sull'animo di Marco Rutilio Cordo. Quei poveri argentarii, che gli procacciavano lì per lì una specie di trionfo, non meritavano essi un po' di riguardo?
— Si vobis videtur, discedite, Quirites! — ripeterono finalmente i littori, cercando di allontanare, col miglior garbo possibile, quei ferventi acclamatori.
La traduzione della frase non ve la dò, perchè l'avete avuta in anticipazione poc'anzi.
Con le accoglienze fatte al pretore contrastavano in modo singolare quelle che otteneva pochi minuti dopo, dalla classe degli argentarii, il gran Cicerone. Lo guardarono a squarciasacco, mentre egli passava, seguito dalla turba de' suoi clienti ed ammiratoti, ed io sarei quasi per giurare che, se non ci fosse stata questa guardia rispettabile intorno a lui, Publio Clodio e Sergio Catilina avrebbero trovato, non uno, ma un centinaio di vendicatori.
Del resto, il grand'uomo era avvezzo a simili scene, e non se ne curava più che tanto. Inoltre, la riverenza di tutti gli altri frequentatori del Foro lo pagava di quelle bizze, a misura di carbone. Tutti s'inchinavano davanti a lui; la più parte dei campagnuoli si scoprivano il capo. Non era egli uno dei loro? Nato in Arpino e venuto povero in Roma, non aveva fatto passi da gigante, fino a meritare il nome di padre della patria, decretato a lui dal Senato? E veramente l'insigne oratore filosofo si avviava allora a meritar la sua fama di gran cittadino, più che non avesse fatto in passato, con le sue debolezze per Cesare e Pompeo, ambedue tiranni e laceratori della patria. Le sue dubbiezze, le esitazioni e le vanità erano già per isvanire; lo spirito suo, purificato dall'amor patrio, doveva sfolgoreggiare nelle filippiche contro Antonio, aguzzarsi in una guerra disperata per la libertà e la grandezza di Roma. Vano tentativo! Mancava la fibra per le grandi virtù. Operare e patire da forti, non era più il motto dei discendenti di Muzio Scevola. Farsaglia non vide che i tralignati eredi delle antiche famiglie, noti per burbanzosa ignoranza, dispregio d'ogni savio consiglio, e desiderio di vendette feroci. Nè in città doveva rimanergli nulla di meglio; i giovani di buona indole erano della forza di quel suo cliente, che aveva ereditato da suo padre una sostanza di quattro milioni di sesterzi e ne aveva scialacquati cinque in due anni.
Il nostro giovane eroe non era più quello di prima. Gli mancava quella baldanza che traluce dagli occhi dei felici e li addita di schianto all'invidia dell'universale. Per altro, si conteneva come poteva meglio, e simulava, nel continuo sorriso, una sicurezza, che gli osservatori più accorti non vedevano sostenuta dalla serenità dello sguardo.
Era stato in que' giorni da parecchi amici suoi per aiuto. Ma tutti quei giovani eleganti, suoi fidi compagni del buon tempo, suoi convitati di ogni giorno e suoi debitori per ragguardevoli somme, lo avevano messo pulitamente fuor di speranza. Giunio Ventidio era sempre disperato, quantunque vivesse da gran signore, e non poteva imprestargli un sestante, che era la sesta parte di un asse. Quanto a Postumio Floro, il suo rifiuto merita di essere raccontato per botta e risposta.
— Caro mio, tu domandi vino ad un otre sgonfiato. Son tuo debitore, lo ricordo benissimo, ed è anzi uno dei miei ricordi più grati. Ma infine, quando non ce n'è....
— Hai pure ereditato da tuo zio quei poderi in Sabina!