— Ah sì, parliamone, di quella eredità! Boschi, dove non c'è più un albero da tagliare, grillaie, sterpeti, campi visitati dalla grandine quattro volte all'anno, e per giunta un castaldo che mi sa di ladro a cinquanta miglia discosto. Se tu volessi cedermi il tuo Lisimaco! Quello è un uomo veramente prezioso! Ti sei rovinato, è vero; ma puoi dire almeno di averteli mangiati tutti da per te....

— Non tutti, non tutti! — osservò malinconicamente Caio Sempronio. — Sono stato aiutato. —

Postumio Floro senti il colpo; ma non si dispose perciò a mutar di registro.

— Se tu parli per me, — rispose egli, — hai torto. Un servizio reso è un servizio reso, a patto di non essere rinfacciato. Mi rimetterò in gambe, e ti restituirò i trentamila sesterzi.

— Quarantamila, se non erro; — notò Caio Sempronio.

— Ah sì, quarantamila. Io non ho mai avuta una gran memoria, pei numeri. Quanto all'esser pagato un giorno o l'altro, contaci su. Ho risoluto di cangiar vita; diventerò un uomo grave; mi farò campagnuolo; darò dei punti a Catone; sarò io il mio arcario, il mio dispensatore, il mio tutto. Oh, la farò vedere a molti, che mi credono un dappoco. Già, sotto il romano, l'agricoltore c'è sempre, ed io seguirò l'esempio di Cincinnato. A proposito, e perchè non faresti anche tu la tua metamorfosi?

— A qual pro? E su che? — disse Caio Sempronio. — Per condurre l'aratro, ci vuole anzi tutto... l'aratro, e i quattro jugeri di terreno. Ora, io non mi trovo più a possedere nè questi, nè quello.

— La cosa cambia aspetto; — sentenziò con breviloquenza spartana Postumio Floro.

E il nostro cavaliere non ebbe modo di cavarne più altro.

Restava l'amico Numeriano, il gentile poeta, a cui Tizio Caio aveva così liberalmente regalato un podere. Ma il poeta, vedutolo una volta per via, s'era voltato dall'altra banda. Ed egli, del resto, non sarebbe mai andato a cercarlo, dopo quel certo guaio notturno.