Ma perchè, domanderete voi, Cinzio Numeriano riteneva quegli orti, dono di un amico infedele? Ahimè, debolezze umane! Cinzio Numeriano lo avrebbe fatto di gran cuore, anche a risico di passare per un carattere inverosimile agli occhi dei critici; ma c'era Delia di mezzo, Delia che lo amava già poco, e lo avrebbe amato anche meno, fors'anche piantato, se fosse caduto in miseria.
La bella Greca, entrata per quella porta che vi ho detto nel consorzio delle matrone romane, si era fatta assai prontamente al costume di tante e tante altre. Già si diceva per Roma che la bionda signora non vedesse di mal occhio il nobile Postumio Floro, quel tale che nelle ombre degli orti Ventidiani aveva spiate le sue notturne passeggiate con Caio Sempronio. È proprio così come io ve la racconto, o lettori. Certi ripeschi amorosi non hanno altro principio che il timore d'una donna e il disprezzo di un uomo.
Torniamo a Caio Sempronio. Dopo aver picchiato inutilmente all'uscio dei suoi debitori, si era rivolto ad Elio Vibenna. Quel sapiente gustatore di vino non gli doveva nulla, non gli era legato da altr'obbligo, fuor quello di parecchi inviti a cena. Poteva dunque non essere ingrato.
E non lo fu davvero, quel bravo Elio Vibenna. Udito il bisogno dell'amico, gli offerse liberalmente un migliaio di sesterzi, poco meno di dugentocinquanta lire; una gocciola al mare!
Caio Sempronio aggradì il buon volere, non i mille sesterzi. Egli era tuttavia nel possesso dei suoi fondi, quantunque da un giorno all'altro gli dovesse venir tolto, e non sapeva che farsi dei pochi.
Intanto quelle scenette cogli amici gli avevano fatto conoscere il mondo, e la stizza si era trovata nel cuore di lui al paragone con la nausea. Il nostro povero eroe se n'andava quel giorno al Foro, fidando poco nella sua causa, quantunque difesa da Marco Tullio, ma fermamente risoluto di non mostrarsi avvilito, di rider lui, prima che ridessero alle sue spalle i cattivi e gli sciocchi.
Ed eccovi perchè, andando al fianco di Marco Tullio, il nostro cavaliere simulasse nel sorriso quella tal sicurezza, quantunque gli occhi si vedessero smarriti e confusi.
Il pretore Marco Rutilio Cordo era già salito sul suo tribunale, e aggiustava in dotte pieghe i lembi della toga pretesta sulla sedia curule, scanno con gambe a ìccase, da potersi aprire e chiudere, intarsiato d'avorio e d'oro. I sei littori s'erano piantati a tre per lato intorno al tribunale; gli accensi, specie di uscieri, avevano annunziata ad alta voce la causa e chiamavano le parti in giudizio.
Ho detto specie d'uscieri, e mi spiego; se no, questa benemerita classe di cittadini potrebbe vedere in me un uomo non disposto a farle tutto l'onore che le è dovuto, e per tante ragioni. Gli accensi, così detti ab acciendo, ossia dal chiamare, erano uffiziali civili, addetti al servizio dei consoli, dei pretori e dei governatori di provincie, e spettava loro di convocare il popolo alle assemblee, di chiamar le parti impegnate in una causa davanti al tribunale, di mantenervi l'ordine, ed anche, per variare un pochino, di gridar l'ora all'alba, al meriggio e al tramonto.
Un'altra forma d'uscieri erano i praecones, o banditori, usati anch'essi a citare il reo e l'accusatore, ma forse più specialmente nelle cause criminali, e a proclamar la sentenza; a chiamar le centurie al voto, nei comizi, e a gridare il voto d'ogni centuria e il nome degli eletti; a fare il servizio dell'asta pubblica, dei giuochi circensi e delle pubbliche assemblee; a precedere con la tromba i funerali solenni, e finalmente a gridare sulle piazze gli oggetti smarriti. Un mestiere da cani, come vedete!