Le parti erano presenti; da un lato i creditori, Servilio Cepione, Crispo Lamia, Furio Spongia e due altri della combriccola; dall'altra il convenuto Tizio Caio Sempronio, assistito da Marco Tullio Cicerone, accompagnato da Lisimaco, il suo arcario, e da Elvio Sillano, che non ci aveva veramente che fare, ma che ottemperava ad un desiderio di sua moglie, dando al cavaliere quella testimonianza d'amicizia.

Esposta dal pretore la causa, letta dall'accenso quella parte dell'editto pretorio che conteneva la legislazione di quell'anno rispetto ai debitori, Servilio Cepione e i suoi compagni deposero i loro titoli di credito. Caio Sempronio, come mi pare di avervi detto a suo luogo, si era impegnato con altrettanti chirografi a restituire a tutte quelle brave persone il danaro tolto ad imprestito, assicurandone il pagamento sui fondi a lui pervenuti dalla eredità di suo padre.

Le carte parlavano chiaro, e non c'era verso di storcere il senso delle parole.

L'arcario Lisimaco, invecchiato di dieci anni in un punto, offerse con mano tremante il testamento del vecchio Caio, e i libri dell'entrata e dell'uscita, donde appariva il valore dei fondi in quistione.

Su questi libri s'impegnò la prima scaramuccia. Gli attori non ammettevano la validità dei conti, fatti com'erano e presentati dalla parte del convenuto. Ma fu agevole a Marco Tullio di ridurre gli avversarli al silenzio, accennando come quei conti annuali rispondessero perfettamente al valore assegnato al patrimonio nel testamento di Caio, e alla stima fatta dai periti, quando il giovine Tizio Caio Sempronio aveva contratti i primi debiti ipotecarii, per la somma di due milioni di sesterzi.

Era una magra vittoria, perchè, anche secondo la stima antica, il valore del patrimonio non sarebbe bastato a coprirvi i cinque milioni di sesterzi, che formavano il debito complessivo del suo povero cliente. Ma il facondo oratore sperava di provare il fatto della illecita usura, e di restringere quel debito a più modeste proporzioni. Ora la prima vittoria gli faceva sperar bene del resto.

CAPITOLO XXII. Sulle ventitrè e tre quarti.

Il valentuomo parlò per tre ore alla fila, con quella abbondanza punto volgare, e con quella concitazione, forse un tantino retorica, ma sempre efficace, che formavano il pregio singolare di tutte le sue orazioni. Chiaro e preciso nella esposizione del fatto, accorto nel dissimulare i lati deboli della sua argomentazione, fu vivacissimo nella dimostrazione, flagellando a sangue gli argentari, contro i quali, raccolte tutte le prove e gli indizi che per lui si potevano, invocò il rigore delle Dodici Tavole. La legge parlava chiaro: «se taluno dà a prestito oltre il dodici per cento, sia condannato nel quadruplo.»

E qui, lasciando le prove, seguiva un caldo elogio delle Dodici Tavole, fonte d'ogni pubblico e privato diritto, e insegnamento necessario, che a ragione i cittadini romani imparavano a memoria, fin dalla più tenera età. «Insieme con le leggi civili e coi libri dei pontefici, la raccolta delle Dodici Tavole ci offre (diceva l'oratore) l'immagine intiera dei tempi antichi; ci si trova la vecchia lingua dei padri nostri, e certe forme di azioni usate allora ci fanno entrare nei loro costumi e nel loro modo di vivere. Il governo della cosa pubblica è tutto in quelle leggi, come vi è compresa tutta la filosofia. Le leggi, infatti, son quelle che c'insegnano a cercare e a pregiare sopra ogni altra cosa la virtù; in esse è il premio al valore, all'onestà, alla giustizia; in esse hanno i vizi e le frodi la loro ammenda, l'ignominia, il carcere, le verghe, l'esilio e la morte. E non già per via di lunghe ed oscure argomentazioni, bensì per la loro autorità suprema e le loro decisioni imperative, esse c'insegnano a padroneggiare le nostre passioni, a frenare i nostri desiderii, a difendere le nostre proprietà, e a non recare sull'altrui le avide mani, od anche un solo sguardo di cupidigia. Gridi ognuno a sua posta, io dirò tuttavia ad alta voce il mio pensiero. Sì, il libro delle Dodici Tavole, sorgente e principio delle nostre leggi, vale esso, da solo, e per la sua ragguardevole autorità e per la sua feconda utilità, tutti i trattati di filosofia. Quanto i nostri maggiori andassero innanzi per sapienza a tutte l'altre genti, assai facilmente intenderete, quando vi piaccia di paragonare le nostre leggi con quelle dei loro Licurghi, Draconi e Soloni. È veramente incredibile, quanto ogni legislazione civile sia, a petto della nostra, grossolana e direi quasi ridicola.»

Marco Tullio era scaltro, come vedete. Gli avversarii invocavano contro il suo cliente le Dodici Tavole, ed egli vinceva la mano agli avversarii, facendosi primo a lodarle. Inoltre il pretore Rutilio Cordo aveva dato fuori pel suo anno di magistratura un editto, il quale non era altro che una parafrasi di quelle vecchie leggi; e a quell'uomo bisognava entrargli nelle grazie con ogni maniera di artifizi.