«Mi volgo a te, — proseguiva Cicerone, — mi volgo a te, Marco Rutilio, uomo santissimo, del quale io dubito se sia nato mai in Roma nostra il più umano nei costume, il più retto nell'operare, il più ossequente alle leggi, donde ha saldezza d'ordini e fondamento di grandezza la repubblica. Mi volgo a te, arbitro della giustizia, e chiedo se i nostri giovani spensierati, appunto per questo difetto dell'età, che gli anni troppo facilmente correggono, debbano sottostare all'imperio degli uomini perversi, che delle sante leggi si giovano per dar lusinghe e via facile allo sperdimento delle ricchezze. Sian severe le leggi, e lo sembrino anche di più; non io me ne dolgo, ben sapendo come giovi, più del loro medesimo peso, il santo terrore che incutono ai trasgressori. Ma appunto perchè sono severe, noi dobbiamo sperarle benigne per noi. Gravi furono fatte dai nostri maggiori, non perchè colpissero i buoni, fuorviati dalla imprudenza propria, o dal raggiro altrui, ma perchè il loro rigore cadesse tutto sui raggiratori e sui tristi.

«Questo che io dico, tu credi, ed hai mostrato d'intenderlo in quel tuo sapientissimo editto, che durerà certamente nella memoria dei posteri, quanto il ricordo delle sante tavole a cui esso s'informa. Oh veramente anno fortunato per Roma, quello in cui tu conseguisti la pretura, perchè la tua giurisdizione, raffermando l'imperio della legge, insegnerà le vie del ravvedimento ai giovani nostri, dimentichi dell'antica severità di costume, e colpirà in pari tempo i malvagi adescatori della gioventù inesperta, ai quali sembra (e in ciò, per Giove, s'ingannano!) che i nostri venerandi maggiori per altro non abbiano sudato intorno alle fonti della giustizia, se non per coprire i loro artifizi e secondare i loro feroci appetiti.»

Questa era la chiusa. E dietro la chiusa venne il plauso del popolo, che soverchiò per un tratto le vociferazioni del partito degli argentarii. L'arringa aveva fatto, come si direbbe ora, una profonda impressione; ma non aveva demolito l'edifizio dell'accusa, nè distrutti ad uno ad uno gli argomenti della parte avversaria; miracoli che si operano adesso, con tanta facilità, da ogni avvocato novellino.

Il pretore Rutilio Cordo impose silenzio e l'ottenne. Le lodi del grande oratore gli andarono all'anima, non debbo tacerlo; ma egli poteva cavarsela con un cenno di ringraziamento. Il magistrato sapeva benissimo che quelle lodi non costavano molto all'avvocato, e che, dopo tutto, la ricompensa gliel'avrebbe potuta dare in un'altra occasione. Sono tante, le buone occasioni, tra l'avvocato ed il giudice! Nè questi è sempre convinto di aver dato fuori una buona sentenza, nè quegli di aver detta la verità, quantunque ne simulasse l'accento. I fiumi di eloquenza consolano i clienti e le turbe, nell'aula magna della giustizia; gli àuguri, poi, incontrandosi dietro l'altare, non possono trattenersi dal ridere.

Si aggiunga che i giudici hanno sempre avuto per costume di fare a modo loro, senza darsi pensiero delle arringhe. Qualche volta, mentre gli avvocati si accapigliano alla sbarra, il buon magistrato schiaccia il sonnellino dell'innocenza, dietro alla pietosa catasta dei codici. Ma allora non si poteva farlo, come ora. Davanti al pretore non c'era un pezzo di tavola, e la sedia curule non aveva spalliera.

La qual cosa vedano i giudici moderni se possa stare a prova di superiorità degli ordini giudiziarii antichi sui nostri. Io vengo difilato alla sentenza del mio dolce pretore.

Considerato che il debito era di cinque milioni di sesterzi, mentre la sostanza del debitore non oltrepassava i quattro; considerato che non constava per certe prove avere i creditori ingrossato il debito con illecita usura, si condannava il cavaliere Tizio Caio Sempronio a pagare. E perchè i due primi creditori, che avevano già ottenuta la missio in bona, potevano soli essere pagati per intero, come portava l'anteriorità del loro credito, mentre gli ultimi tre risicavano di perdere una grossa parte del loro avere, si accordava a questi ultimi, per guarentigia del credito, di impossessarsi del debitore, salvo il caso che non si presentasse qualcheduno a farsi mallevadore per lui.

Marco Tullio doveva prevedere questa sentenza, perchè non mostrò di esserne meravigliato. Si volse in quella vece ad Elvio Sillano, e gli bisbigliò all'orecchio:

— Ecco il buon punto; offriti mallevadore per l'amico. —

Elvio Sillano, a dir vero, non si aspettava un tiro di quella fatta. Sua moglie lo aveva spinto ad accompagnare Caio Sempronio, ed egli in molte cose, anzi nella più parte, faceva quel che voleva sua moglie; in tutte le altre, poi, faceva quel che non voleva lei direttamente, ma che gli suggerivano i consiglieri di seconda mano, dopo aver presa l'imbeccata da lei. Ma bisogna anche dire che ad un così grave esperimento non era mai stata messa la sua infinita bontà.