— Dove si va? — chiese il cavaliere. — Forse da lei?

— No; ella si comprometterebbe e tu potresti essere ripreso da un momento all'altro. Del resto, la vedrai ad ogni modo, laggiù, dove andiamo a far capo. —

Andavano verso la porta Nomentana. Ad un certo punto lasciarono i cavalli ed entrarono in una casa di modesta apparenza, dove Piramo si levò quella fuliggine ond'era tutto lordo e Caio Sempronio indossò un'altra tunica, che dèsse meno negli occhi. Ciò fatto, uscirono da una postierla che dava su di una viottola campestre, e con passo spedito si allontanarono dalla parte di settentrione, per andare a cercare la via Tiburtina.

Giunia Sillana aspettava l'esito dell'impresa in una sua villa, dove nessuno avrebbe argomentato che andasse, a stagione tanto inoltrata. Quando vide apparire Caio Sempronio, libero, sano e pieno di gratitudine per lei, la bella matrona divenne più pallida del solito, e si lasciò cadere, sfinita dalla commozione e dall'eccesso della gioia, sul lettuccio del triclinio, dove era preparata la cena a quel povero affamato.

— Grazie! — diss'egli, commosso non meno di lei. — Ti son debitore della luce, dell'aria, della libertà, della vita, insomma. E in qual modo sei riuscita a salvarmi?

— Il console Sulpicio Rufo è un uomo di cuore; — rispose la bella matrona, reprimendo un sospiro. — Egli ha ceduto alle mie preghiere e prestato mano all'impresa. Ma parliamo d'altro; — soggiunse ella, vedendo che la fronte del nostro cavaliere si andava rannuvolando. — Attendi a ristorar le tue forze, e poi, scambio di riandare il passato, provvederemo al futuro. —

CAPITOLO XXV. Chi ha avuto ha avuto.

Erano passati trenta giorni dalla condanna di Tizio Caio Sempronio e dalla sua consegna legale in mano dei creditori. Il termine cadeva proprio in un giorno di mercato, e il degnissimo pretore Marco Rutilio Cordo sedeva maestoso in tribunale, attorniato dai littori ed intento ad amministrare la giustizia.

Cause di molta importanza non ce n'erano, quel giorno; nessun oratore di grido aveva a sfoderare le armi della sua invitta eloquenza. Eppure, quel giorno, si vedeva nel foro una calca più fitta del solito, perchè i creditori di Tizio Caio Sempronio, del più bello, del più elegante tra i cavalieri di Roma, dovevano condurre il loro prigioniero davanti ai pretore, e annunziare ad alta voce la somma del debito, se mai si presentasse qualcuno a pagare per lui e a farlo rimettere in libertà.

Intendiamoci bene, tutta quella gente ci andava per vedere le facce malinconiche dei tre creditori, essendo noto a tutta Roma il fatto della fuga di Tizio Caio Sempronio.