Dov'era andato a far capo il giovinotto? Saperlo! I littori lo avevano cercato per ogni dove; ma fiaccamente, diceva Cepione, che non sapeva darsene pace. Il feroce argentario, nello sfogo delle sue bizze, era trascorso ad accusare il console Sulpicio Rufo di connivenza nel colpo di mano, imputato da lui e da Clodia Metella all'amore di Giunia Sillana pel nostro cavaliere. Per veder giusto in certe cose, non ci sono che i nemici e le donne. À quelli aguzza l'ingegno il rancore; queste non hanno mestieri d'aguzzarlo; la finezza del senso è in loro una seconda natura.

Giunia Sillana aveva sorriso di quei sospetti, contenta che avessero dato nel segno. Ma il console Sulpicio non ci aveva le stesse ragioni di lei per lasciar correre, e fatto chiamare a sè l'argentario, gli aveva data una strappazzata coi fiocchi. Badasse a' casi suoi, tenesse la lingua tra i denti; se no, povero a lui! E il nostro Cepione, quantunque di mala voglia, si era inchinato, aspettando il giorno dell'udienza pretoria, a cui doveva presentarsi, in compagnia de' suoi sozii, egli e loro con un pugno di mosche.

Or dunque, mentre il sapientissimo e santissimo uomo Marco Rutilio Cordo stava sulla sua sedia curule, rendendo giustizia e accomodando in bella guisa le pieghe della sua toga pretesta, comparvero davanti al tribunale i tre usurai.

— Che cosa volete? — domandò.

— Pretore, ti chiediamo giustizia.

— Qui la si fa sempre, e per tutti. Di che vi lagnate?

— Del fatto che sai. Trenta giorni or sono, tu ci hai dato nelle mani il nostro debitore Tizio Caio Sempronio....

— E fu bene, perchè egli non aveva pagato per intero il suo debito. Lo avete portato via a buon dritto ed io spero che lo avrete nutrito secondo la legge, o permesso che egli si nutrisse meglio, a sue spese.

— Ah sì, egli s'è nutrito davvero; — gridò Crispo Lamia. — Lo stesso giorno che tu ce lo hai consegnato, il prigioniero è fuggito.

— Fuggito?