— Sì; lo ignori tu forse, mentre tutta Roma lo sa?

— Cittadini, — rispose gravemente il magistrato, — io qui non debbo sapere se non quello che consta al mio tribunale. Dunque, è fuggito? E voi ve lo siete lasciato sguizzar di mano?

— Un tradimento! — urlò Cepione. — Un indegno tradimento! Egli non può esser fuggito senza la connivenza di qualcheduno.

— Accusate, e vedremo; — disse il pretore.

— Ma.... — balbettò l'argentario, che rammentava la minaccia del console, e voleva pur dire qualcosa; — i complici son troppo alti e potenti. —

Marco Rutilio Cordo aggrottò le ciglia senz'altro.

— Non c'è nessuno troppo alto o possente, in Roma, davanti alla maestà delle leggi. Parlate dunque, accusate liberamente. Vi avverto, per altro, — soggiunse, con accento severo, — che le mezze accuse non giovano, ed io vi farei costar care le false. —

Cepione, inviperito, voleva replicare. Ma i suoi colleghi, più prudenti, lo tirarono per un lembo della toga.

— Non mettere te e noi in un ginepraio, — gli bisbigliarono all'orecchio. — Tu lo vedi; il pretore non ischerza. —

Cepione li chetò con un gesto della mano, che voleva dire: ho capito. E abbassando il tono, ripigliò: