— Ma il nostro credito, chi ce lo paga? Che cosa ci rimane, se il debitore è sfumato? Il suo nome nella tua sentenza! In verità, è troppo poco.

— Non dico di no; rispose Rutilio Cordo, soddisfatto di vederli calare. — Ma non son io che vi ho fatto perdere il pegno. E proprio volevate farlo in tre pezzi?

— In tre pezzi, sì, in tre pezzi, come ci consentono le patrie leggi.

— E sia; lo potete. Spartitevi quel che rimane, senza pregiudizio del vostro diritto su tutto quel più che potrà ritornarvi in balìa. A te, Crispo Lamia, sérviti pel primo, quantunque tu non sia il maggior creditore, ed abbi Tizio, il prenome. A te, Servilio Cepione, prenditi Caio, il nome gentilizio. E tu, Furio Spongia, abbi quel che rimane, Sempronio, il cognome della famiglia. Lo volevate dividere in tre; vi accordo il taglio, vi assegno le porzioni; non se ne parli più altro. —

Così nella sua alta sapienza Marco Rutilio Cordo, che qualche volta amava far la burletta, vizio che è rimasto e s'è perpetuato presso tutti i giudici della terra, a rendere manco noiose le lunghe ore d'udienza!

Una risata omerica di tutti gli astanti accolse la sentenza del pretore. Quando la voce fu passata di fila in fila, per modo che ne fossero informati i più lontani, fu uno scoppio d'ilarità in tutto il Foro; ilarità che si propagò per tutte le vie, per tutti i chiassi dell'eterna città. Le aquile e i corvi, frequentatori assidui dei sette colli, passando a volo sulle mura di Romolo, in quel momento d'epica giocondità, rimasero un pezzo a becco aperto, domandando tra sè per qual ragione fosse uscito dalla sua serietà il popolo più grave e più contegnoso dei mondo.

La sentenza di Marco Rutilio Cordo, buttata là senza pretensione e così per mandare a spasso quei tre noiosi argentarii, trovò i suoi lodatori, e passò in proverbio la divisione di un nome in tre parti. Tizio Caio e Sempronio restarono separati e per sempre. I nomi d'Aulo, di Nigidio, ed altri, che erano serviti fino allora ai giureconsulti nel proporre gli esempi, cedettero il luogo a quei tre. Tizio ha dato a Caio; Caio ha negato a Sempronio; e avanti di questo passo, fino al tempo nostro, che tramanderà l'usanza ai venturi.

Lettori dell'anima mia, vi ho chiarito un passo d'archeologia romana, e voi siete capaci, non che di rendermi grazie, di non prestar fede alle mie trovate. Questa è la sorte di tutti i grandi scopritori, ed io mi rassegno.

Ma voi siete anche capaci di chiedermi come e dove andasse a finire il giovinetto, a cui era toccata quella burlesca diminutio capitis. Ed ecco, è per l'appunto quello che ignoro. Ho rovistato in tutti i bugigattoli della storia, e non ho trovato un bel nulla.

Leggo cionondimeno in Plutarco, nella vita di Elvio Sillano (quel valentuomo che sapete, e reputato degno di entrare in paragone con un eroe della Grecia), che la bella Giunia Sillana era molto tranquilla. Segno evidente che l'amico doveva star bene e che si adattava di buona voglia alla necessità di conservare l'incognito.