Un giorno, la bella pallidona s'imbattè in Clodia Metella. Le due matrone non si erano più visitate, nè incontrate per via, dopo la stagione delle bagnature nel golfo di Neapoli.

Giunia Sillana fece le viste di non riconoscerla. Ma l'altra le andò incontro difilata, e col più amabile dei sorrisi sul labbro. Dicono i pratici che le signore donne ci abbiano sempre questo sorriso in mostra, quando si dispongono a dare una stoccatina a qualche amica del cuore.

— Oh, bellissima, — gridò Clodia Metella, prendendo amorevolmente le mani dell'amica, — come stai? Non ti si vede più.

— Sto bene e tu mi vedi; — rispose asciuttamente Giunia Sillana.

— Ah sì, una volta all'anno! Beato chi ti possiede! Dimmi, a proposito, che cos'è avvenuto di quel leggiadro cavaliere?.....

— Di che cavaliere mi parli? — chiese Giunia Sillana, seccata dall'intenzione sarcastica di quel modo avverbiale che aveva usato Clodia Metella.

— Di Tizio Caio Sempronio, poichè bisogna dir proprio il suo nome. Dicono che sia andato all'esercito di Cesare.

— Sarà vero.

— Ma dicono altresì che non sia uscito di Roma e che viva nascosto in una tua villa.

— Sarà vero anche questo. —