— Tu solo puoi liberarmi da una grave molestia; — diceva Ventidio a Caio Sempronio. Figurati che cosa mi accade. Ho da tre mesi alle costole quella birba matricolata di Furio Spongia, l'argentario che sta nel Foro, alle Botteghe Vecchie. Egli mi ha imprestato in tre volte cinquantamila danari.
— Ahi! — disse Caio Sempronio tra sè. — Ne va via uno e ne capita un altro.
— Cioè, dico male; — proseguiva intanto Giunio Ventidio; — non mi ha imprestato che la metà della somma. Il resto lo hanno portato gl'interessi. Ma torna lo stesso, poichè sono cinquantamila danari che devo, e quel furfante li vuole ad ogni costo.
— E tu non puoi restituirglieli.
— Come lo sai? — chiese Ventidio, cercando di affogare in una risata la vergogna di quel brutto momento.
— Si capisce, per Diana! E ti si legge anche negli occhi.
— Così è, mio ottimo Caio; non posso restituire i cinquantamila danari, se non vendo i miei orti sull'Esquilino. A te, ecco appunto un affar d'oro.
— A me? In che modo?
— Ti cedo i miei orti; tu me li paghi quel che valgono, ed io mi libero da quel ladro di Furio. Che te ne pare? Si combina?
— Eh, non è mica una grama pensata; — disse Caio Sempronio, respirando un tratto, poichè vedeva allontanarsi il pericolo di una stoccata come quella ricevuta testè da Postumio Floro; — quando si ha della terra al sole e dei debiti alle spalle, il meglio è sempre di vender la terra e di levarsi i debiti. Ma io, dolcissimo Ventidio, di terra ne ho già fin troppa. Non potresti cercare un altro compratore?