— Orbene, — prosegui Caio Sempronio, cui pareva di aver trovato il segreto dell'argomentazione socratica, — vendere domani, lasciar vendere trenta giorni dopo la sentenza, non è forse tutt'uno? E poichè certamente i tuoi orti varranno quella somma...

— Valgono anzi di più; — interruppe Ventidio.

— Meglio ancora, e tu puoi mettere la mano su quel che ne avanza.

— Sì, ma il disonore dell'asta pubblica, non lo conti per nulla? Se vendo a te domani, o doman l'altro, posso dir sempre e far dire: a Tizio Caio Sempronio questi orti piacevano; Ventidio non ha saputo negarli all'amico. L'amicizia è una gran cosa; come far contro all'amicizia?

— Capisco; — rispose Caio Sempronio, mettendosi sullo stesso tono di Ventidio; — ma la taccia di cattivo gusto che ne verrebbe a me, non la conti un pugno di ceci? Comperare i tuoi orti sull'Esquilino? presso il tempio di Mefite? accanto al carnaio di tutta la poveraglia? —

Caio Sempronio non aveva tutti i torti. Sull'Esquilino, alle radici del Fagutale, o bosco di faggi a Giunone Lucina, erano i puticoli, sepolcri della plebe, così detti a putrescendo. E là per l'appunto aveva il suo sacello Mefite, la dea del mal odore.

— Hai ragione; — rispose quell'altro; — ma gli orti Ventidiani non sono mica da quella parte. Del resto; hai lassù i ricordi più gloriosi di Roma; il Tigillo sororio, che rammenta la pugna degli Orazii e dei Curiazii; il Vico Ciprio, che piacque tanto ai Sabini...

— Sì, — interruppe Caio Sempronio, — e il Vico Scellerato, con Tullia che passa in cocchio sul cadavere insanguinato del padre.

— Vedo che hai intenzione di comperare i miei orti; — disse Ventidio. — Li disprezzi troppo.

— No, ti ripeto, non mi vanno.