— No, certamente; — rispose Caio Sempronio; — ma qual prova del valore che tu assegni a questi orti... Ventidiani?

— La prova è nel mio tabulario. Vieni e vedrai, o manda e saprai, quanto li ha pagati mio padre; dugento quarantamila sesterzi; poco più di quello che tu dài ogni anno al tuo cuoco, perchè ti faccia onore davanti agli amici, con queste cene luculliane. Suvvia, Tizio Caio; — soggiunse Ventidio, con accento carezzevole, scendendo alla perorazione, — fammi questo favore, che è nell'indole tua, poichè tu sei il principe dei cavalieri. Me lo diceva anche Clodia, la bellissima vedova di Metello Celere. «Quel Caio Sempronio non ha chi lo agguagli in tutte le tre centurie, e voi altri dovreste baciar dove passa.» —

Tizio Caio Sempronio non era indifferente alla lode di una bella donna, e non lo poteva essere a quella di Clodia, che era bellissima tra le belle. Già tutti gli uomini son fatti così, e il sorriso di una bocca leggiadra li fa andare in solluchero. Figuratevi poi il sorriso di Clodia! Il nostro eroe avrebbe fatto più sciocchezze per lei, che non ne avesse fatte qualche anno addietro il povero Valerio Catullo.

— Ah sì? — diss'egli, accostandosi a Giunio Ventidio. — E in quale occasione ha ella parlato così benignamente dei fatti miei?

— Ma..... non rammento bene. Mi pare che si parlasse dell'invito che avevi fatto agli amici pel tuo giorno natalizio. Sai pure, gli amici tuoi ragionano spesso e volentieri di te; e in casa di Clodia le occasioni di farlo sono più frequenti che altrove. Ah, se invece di queste Greche (bellissime, non lo nego) tu avessi invitato qualche Romana.....

— Clodia è unica; — interruppe Caio Sempronio; — dove è lei, non c'è più luogo per altre. Ma chi sa? un giorno forse darò una gran cena, in onore.... dei Mani di suo marito.

— Bravo, così va fatto. Intanto, se non ti dispiace, gliene darò un cenno, ed ella ti sarà grata di questa attenzione.

— Grazie; — disse Caio Sempronio. — Domani intanto passa da me; parleremo de' tuoi orti.

— Ah, tu mi rendi la vita. E conta sulla mia gratitudine.

— Ci conto, non dubitare; — rispose il cavaliere, che vedeva finire il suo colloquio con Giunio Ventidio come l'altro con Postumio Floro.