Il padrone degli orti Ventidiani strinse la mano del suo futuro salvatore e si allontanò canticchiando, come un uomo che non ha più sopraccapi.
— Veramente le calende d'aprile sono un giorno nefasto; — pensò Caio Sempronio. — E se non fosse che ho udita una buona parola di Clodia..... Ma l'avrà poi detto davvero? È così bugiardo, questo Ventidio! Basta, sarà quel che sarà, ritorniamo al triclinio e beviamo il vino del commiato. —
In quel mentre, gli si parò davanti Cinzio Numeriano.
— Ah, eccoti qua, mio bel poeta! — gridò il cavaliere, mettendogli amorevolmente le mani sugli òmeri. — Dimmi tu, domandami tu qualche cosa, che mi torni di buon augurio, dopo tante.... —
Voleva aggiungere: seccature; ma si tenne la parola tra i denti.
— Lasciamola lì; disse invece, mutando discorso. — Tu hai fatta quest'oggi per me un'ode meravigliosa.
— Bontà tua; — rispose umilmente Numeriano.
— Bontà della tua Musa, non mia; tu sei nato poeta e le api del Parnaso ti hanno stillato il miele sulle labbra. Non è egli così che si dice?
— Tu sei cortese; — disse Numeriano. — Ma credilo, se c'è nella mia ode alcun che di buono, è tutto opera tua, perchè me l'ha inspirata l'amicizia.
— Te lo credo, Numeriano, te lo credo. Tu sei un vero amico, non uno dei soliti piaggiatori della fortuna. Tu, per esempio, non mi hai chiesto mai nulla.