— Ahi, ahi! — pensò il poeta. — Come faccio ora a dirgli?... Se parlo, guasto la buona opinione che egli s'è fatto di me. —

CAPITOLO V. Amore è cieco.

Tizio Caio Sempronio levò di pena egli stesso il suo giovane amico.

— Ma io, — proseguì, — a te solo ho detto: abbi da me tutto quello che ti piacerà domandarmi. Chiedi adunque, o Cinzio Numeriano. Vuoi la mia casa? No; questa non hai mestieri di domandarmela, perchè essa è già tua.

— Grazie! — rispose Numeriano, stringendo e baciando la destra che Caio Sempronio gli aveva sporta in quel punto. — Del resto, tu mi conosci, o Caio; i miei gusti sono assai più temperati. Io ho sempre sognato una modesta casetta, con una fontana lì presso, e un po' di bosco all'intorno, per ascoltare ciò che bisbigliano i Fauni all'orecchio delle Ninfe.

— Poeta! Tu credi ai Fauni e alle Ninfe?

— Certamente. Muta i nomi quanto vorrai, le cose e le idee rimangono, belle di giovinezza immortale. E quelle che io ti ho detto, non sono elleno forse le voci della natura, che parlano dai sassi, dall'aria, dai tronchi d'alberi e dalle acque scorrenti, in cui le ha chiuse il Dio ignoto, e indovinate il mortale? Per me, vedi, quelle ombre romite, quei silenzi profondi, hanno splendori e favella; splendori che io non saprei dipingerti, favella che io non sarei capace di esprimere; ma che importa ciò? M'invadono l'anima, mi riscaldano il cuore, e mi si tramutano in alate canzoni. La mia vita è là; in quelle ombre, in quei silenzi, amare, cantare, e il tuo Cinzio sarebbe intieramente felice.

— Sì, per Giove, lo meriti; — gridò Caio Sempronio. — Ma io mi penso che la modesta casetta, la fontana e il bosco all'intorno, dovrebbero essere abbastanza vicini alla città. Perchè, infine, io non sono poeta, ma certe cose le intendo e le sento alla maniera dei poeti. Quella che tu chiedi non è la vita campagnuola del vecchio Catone, che attendeva alla coltivazione per venderne i frutti; è la quiete operosa dello spirito, lontana da tutte le brighe e da tutte le vanità, ma vicina a tutte le eleganze, a tutte le consolazioni dell'amicizia e dell'arte. Non è così? Ti ho capito, o Numeriano; e tu non potresti vedere diversamente la cosa. Orbene, io ci ho il fatto tuo; una villa sull'Esquilino, il vero monte della guardia, donde l'occhio spazia pel lontano orizzonte, senza perder di vista i tetti della Roma quadrata; donde si scorge il Soratte, il Lucretile, i colli Albani e il tempio di Castore; donde, in un volger di ciglia, si possono vedere le aquile che volano sul monte Sacro, e gli sciocchi che misurano a lenti passi il selciato del Foro. E con tutto questo, una villa non così grande, da recarti le cure e le molestie della padronanza, ma nemmeno così piccola, che non ci abbia a campar su un poeta tuo pari.

— Ah, smetti, te ne prego; — esclamò Numerano; — o consentimi di chiuder gli occhi e di vedere col desiderio quest'orto delle Esperidi.

— No, non occorre di chiuder gli occhi; ti bisogna anzi di tenerli aperti. Ho io le chiavi dell'orto, e son tue.