— Venere ti salvi, o Numeriano! Amar troppo e ber troppo, sono due cose da evitarsi del pari.

— Hai ragione, ma come fare? Si vorrebbe andar misurati e non ci si riesce. Perciò avviene che Elio Vibenna sia così concio dal vino, da non potersi più alzare dal suo lettuccio, e che io sia così concio dall'amore, da averne perduto il sonno.

— Di bene in meglio! Ma che cosa ha da vedere cotesto con la ricchezza? Un poeta è già ricco abbastanza per l'arte divina dei carmi, e ad una donna romana piace assai più di vedere il suo nome sulle tavolette di cera d'un alunno delle Muse, che non di aver cinto il collo d'un vezzo di perle orientali.

Numeriano rispose con un sospiro:

— Come? Non è forse vero? Ti saresti imbattuto per avventura in una donna senza cuore?

— Oh, non giudicarla da questo, te ne prego; — rispose Numeriano. — Il suo cuore è aperto a tutti gli affetti gentili. Essa è una creatura celeste, e quantunque per la sua bellezza insigne e per le grazie elette dell'animo sarebbe degna di sedere al convito dei Numi, i suoi gusti son semplici e schietti come quelli della figlia d'Alcinoo.

— Già, tutte così, le donne, agli occhi d'un poeta innamorato! — disse Caio Sempronio, ridendo. — E ti ama, si capisce?

— Credo di sì; — soggiunse modestamente Numeriano.

— Io temo di no; — riprese Caio Sempronio. — Se ti amasse, non domanderebbe a te altra cosa che la tua gioventù, la tua bellezza e i tuoi versi.

— Sì, — replicò Numeriano, — se ella fosse in tal condizione da poter vivere a modo suo e mio. Ti ho detto che i suoi gusti son semplici. Figurati, amico, che la vita di Roma, con le sue feste, i suoi giuochi, i suoi mille rumorosi sollazzi, le torna molesta. Già, non è romana, lei; è una figlia della Grecia, una di quelle vezzose creature dai flessuosi contorni, dorate la fronte purissima dai raggi del sole dell'Attica, che noi amiamo raffigurarci coi loro pepli ricadenti in molli pieghe sui fianchi, e con ramoscelli di pallida oliva tra mani, per intesser corone ai vincitori dei giuochi di Corinto, o d'Elèa.