— Con la più solenne maniera di nozze, io condurrò Delia in mia casa; — gridò Numeriano, infiammato.

— Col farro, adunque; di bene in meglio! —

Per intendere l'osservazione di Caio Sempronio e la risposta di Numeriano, bisognerà ricordare le tre forme di matrimonio degli antichi Romani, l'uso, la compera e il farro. La prima era senza fallo più spicciativa. La donna andava a casa dell'uomo ed era riconosciuta per legittima moglie dopo un anno di convivenza, purchè il furbo consorte non avesse fatto in quello spazio di tempo un alibi di tre notti.

La compera (coemptio) si faceva con alcune solennità, quasi comperandosi i due sposi a vicenda. La donna portava tre monete; una in mano, e la dava al marito; una nella calzatura, e la riponeva nel sacrario dei Lari domestici; una nel borsello, e la offriva ai Lari Compitali del crocicchio più vicino alla casa. Ne seguiva che la donna andava in mano e sotto il dominio del marito, diventando compagna, partecipe de' suoi beni ed erede. L'uomo, dal canto suo, non era sotto la potestà della donna; ma, come comperato da lei, le dava la porzione conveniente della sua eredità.

La confarreazione si faceva alla presenza di dieci testimoni, con alcune formole particolari e con un sacrificio solenne, in cui si adoperava il pane di farro; e per tal guisa veniva la donna in potere dell'uomo. Le nozze si contraevano alla presenza del pontefice massimo e del flamine Diale, per mezzo del farro e del sale, donde ebbero il nome di confarreazione. Questo modo di celebrare gli sponsali era ritenuto religiosissimo, e vi si adoperava il farro arrostito, che spesso serviva ne' sacrifizi agli Dei.

— Numeriano, — prosegui Caio Sempronio, dopo aver pensato a tutte le cose che siamo venuti discorrendo brevemente, — vuoi un consiglio da amico? Non fare questa corbelleria. Ottima come amante, ti farà buona riuscita come moglie? Credi a me; non abusare del farro.

— L'amo; — rispose il poeta.

— E che dirà la Musa? Anche questa è una specie di moglie; anzi, è la moglie legittima tra tutte. Ammetto che ella possa chiudere un occhio su certe scappate; ma se tu le condurrai un'altra donna sotto il tetto maritale, povero a te, non farai più nulla di buono.

— L'amo; — tornò a dire quell'ostinato di Numeriano.

— E sia; non intendo già di negare il fatto. Sono invece pentito di averti fornite le armi per mandare ad effetto il tuo truce proposito. Tu uccidi il tuo ingegno, mio povero amico! E per chi, poi? Per un Etèra di Corinto; giovane, bella e colta quanto vorrai, ma infine è sempre una Etèra. Non la cogli mica dal tralcio, quest'uva di Corinto, e ancora aspersa del suo polviscolo resinoso. È venuta a Roma come tante altre sue sorelle, di marmo pario o di carne, portate da un fiero console, a trofeo di vittoria, o da un furbo mercante, ad argomento di ricchezza. È una delle migliori, per bellezza e per senno, chi te lo nega? Se fossi per dare un tuffo nello scimunito, ti giuro, amico Numeriano, che non mi parrebbe di fare naufragio intiero, imitandoti. Quantunque, — soggiunse Caio Sempronio, correggendosi prontamente, — se avessi a fare un capitombolo della tua sorte, vorrei Afrodite in persona, anche con tutti i suoi anni di milizia, e i ricordi, poco piacevoli, di Vulcano, di Marte e di Anchise. —