Condannate il mio cavaliere, se vi dà l'animo, voi che avete in pregio le frutte spiccate appena dall'albero e la bellezza accompagnata dall'onesto riserbo.
Per altro, io non vorrei condannato neanche il povero Numeriano. Pensate che amore non ragiona, e che, dopo tutto, in Roma non si usava di guardar troppo nel sottile in certe faccende. Anche in materia di ritegno femminile, si era già, sotto il consolato di Sulpicio Rufo e di Claudio Marcello, molto lontani dalla moglie di Collatino e dalla madre dei Gracchi, e le stesse matrone non potevano sperar di piacere ai mutati Quiriti, se non collo smettere un pochino, e magari anche molto, dell'antica austerità e della ruvidezza delle donne sabine. Roma aveva conquistato la Grecia, e la Grecia aveva conquistato Roma; l'una si era servita delle sue armi invincibili, l'altra de' suoi costumi irresistibili. La fiera e forte repubblica s'ingentiliva, non c'è che dire, e si corrompeva anche un tantino; essendo già fin d'allora un caro difetto degli uomini di non far nulla a mezzo e di non voler trovare un giusto equilibrio tra la virtù e la grazia, la sostanza e la forma.
Che farci, se le statue di Fidia e di Prassitele e i quadri di Apollo e di Zeusi, varcando l'Egeo e lo Jonio, traevano dietro a sè anche i loro insuperabili esemplari, e se i discendenti di Fabrizio e di Cincinnato rendevano giustizia alla bellezza, all'ingegno pronto e vivace, di quelle vezzose Ateniesi e Tebane, Corinzie ed Efesie, che avevano guidati gli scalpelli e i pennelli dei primi artisti del mondo? I rètori e i filosofi greci, che erano sembrati così pericolosi a Catone il censore, potevano andarsi a riporre. Ben altri maestri di eleganza riuscivano per Roma le figlie di Grecia, che calavano a stormi sul Lazio, più numerose, giusta l'energica espressione di Plauto, che non siano le mosche in estate, cum caletur maxume. Venivano dall'Attica, dal Peloponneso, dalla Sicilia, le graziose divoratrici di patrimonii; seducevano con la rara bellezza delle forme, con le studiate grazie dello spirito, con gli ornamenti delle lettere greche e latine, e con tutta la lieta compagnia de' vizi eleganti. Già parecchie di loro s'intromettevano audacemente nelle faccende politiche, come Precia, la bella amica di Cetego, o come Chelidone, presso cui Verre, a cansare una perdita troppo grave di tempo, aveva trasportati senz'altro gli uffizi della pretura. Leggete in Plutarco le vite di Lucullo e di Pompeo; date una scorsa ai comici e ai lirici latini, e ne vedrete d'ogni forma e colore.
Giuochi e danze, corone, unguenti, conviti, manti di bisso e di seta (che era la gran novità di quel tempo), smeraldi, ametiste, vasi murrini e simili altre delicatezze, erano gli strumenti di uno incivilimento frettoloso, che dilapidava le sostanze delle grandi famiglie, il frutto sudato di quelle rigide istituzioni che avevano chiusa la ricchezza in pugno al patriziato, resistendo con tanta fortuna alle sedizioni della plebe e ai ripetuti tentativi di generosi novatori, o d'insigni scellerati. Inconscie distruggitrici della fortezza romana, come le locuste lo sono dei campi su cui raccolgono il volo, le poetiche figliuole di Grecia erano esse medesime le vittime della possanza d'un popolo, che trascorre a tutti gli eccessi della vittoria. E il più delle volte erano fanciulle inesperte, rapite ai quieti ginecei e travolte in una corruzione a cui non partecipavano punto le loro anime gentili, avide di sapere, di godere la vita, non già di affogar sè e gli altri nei pantani del vizio. È mestieri di conoscere la vita greca, per intendere che le Etère non possono trovar riscontro nella vita odierna, nè essere involte in una stessa condanna con certe disgraziate creature dei tempi nostri. Se non temessi di farmi gridare la croce addosso dai moralisti, direi anzi che l'Etèra antica non può essere paragonata, con una certa apparenza di giustizia, che alla dama moderna. Infatti, oggi la dama è colta, come allora lo erano soltanto quelle povere Etère, mentre avevano biasimo le dame che mostravano di sapere qualche cosa, oltre il filare la classica lana e il soprantendere al bucato domestico. Rammentate di che critiche fosse oggetto Sempronia, la moglie del console Giunio Bruto, perchè era ornata di lettere greche e latine, e suonava e ballava più elegantemente che non si convenga ad onesta matrona. La frase è di quel fior d'onest'uomo che fu pei tempi suoi Crispo Sallustio; il quale aggiunge aver essa avuto tante altre qualità simiglianti, che erano veri stromenti di lascivia. E scusate se è poco.
Io non intendo di assumere le difese di madonna Sempronia, che aveva, secondo me, un altro torto gravissimo, quello di amare un Sergio Catilina. Dico e sostengo che gli antichi non erano da meno del moderno padre Zappata; predicavano bene e razzolavano male. Se amavano tanto le oche in casa loro, perchè andavano fuori di casa a deliziarsi coi cigni? E se l'eleganza e la coltura erano anche per loro un necessario accompagnamento della bellezza, perchè ne osteggiavano l'ingresso nelle pareti domestiche?
Basta; poichè tanto e tanto non riusciremmo più a persuaderli, torniamo alle Etère. Ne abbiamo vedute quattro nel triclinio di Tizio Caio Sempronio. Una di esse, che vi consento di credere la migliore, aveva fatto perder la testa a Cinzio Numeriano, che voleva sposarla senz'altro.
Nè gli potevano far senso le argomentazioni di Tizio Caio Sempronio, o, al più, dovevano farglielo come una opinione personale, in cui è lecito di non consentire. Ricordate che in quel tempo tutto il riserbo, tutta la bellezza morale della donna, consistevano nello star molto in casa, a far la massaia, poi nell'andare ai giuochi dei gladiatori e condannare a morte questo e quello dei caduti, con una voltata di pollice, poi nel passare allegramente di mano in mano, divorziata da un marito che volesse compiacere ad un amico, e via di questo passo. Altro che il polviscolo resinoso del grappolo e la calugine delle pesche duracine! Quelle eran peggio delle frutte di mercato, brancicate da mezzo mondo; e una povera Greca non ci aveva mica da scapitare al confronto.
Lettori, io passeggio sulla brace. Incedo per ignes suppositos cineri doloso. Meglio sarà tornare al colloquio, che per queste chiacchiere abbiamo lasciato in tronco.
— Orbene, che vuoi? — diceva il poeta. — Per me, Venere è discesa in terra. Ma che dico Venere? Tutte le dee della Grecia, che noi abbiamo trasformate coi nostri nomi italici, si sono confuse e ringiovanite in questa donna divina. Che importa, se il fiore non è stato colto da me? Posso io andare a ritroso del tempo e cozzare col fato? So che è maravigliosamente bella e che le arcane fragranze della sua gioventù mi hanno inebriato. A volte, pensando di lei, mi arde il sangue, e la vampa mi sale al cervello; a volte mi sento adagiato in una calma profonda. Hai tu provata mai la volontà ineffabile del non pensar a nulla, del lasciarti andare in balìa del caso, come la piuma in balìa della brezza meridiana? Io, dopo aver molto sospirato e sognato, mi abbandono a questi ondeggiamenti, a queste beatitudini eccelse. L'amo, l'amo, e non vedo, non sento più altro.
— Povero amore! — esclamò Tizio Caio Sempronio. — È un bel ragazzo, ma è cieco. Vedete qui Publio Cinzio Numeriano. È giovane, bello, ricco d'ingegno e caro alle Muse. Cento donne a gara gli farebbero dolce la vita, e senza rapirgli la sua libertà, questo primo dei beni. Ma no; egli non conosce la sua fortuna, o la disprezza, che è peggio, ed ha mestieri di una catena e d'un collare di ferro. Amore è cieco, ho detto; aggiungo ora che l'uomo è pazzo. —