Cinzio Numeriano era rimasto un po' sconcertato da quelle considerazioni del suo protettore.
— Ti duole di avermi promesso il tuo aiuto? — gli chiese. — Bada, amico e patrono mio; son cosa tua e tu puoi togliermi la dolce speranza de' tuoi benefizi.
— No, non temere; — rispose Caio Sempronio. — Certo mi duole di aver promesso, poichè so a qual fine ti servirà la fortuna. Ma anche Giove in cielo è vincolato da' suoi giuramenti, e, qualunque cosa avvenga, io non verrò meno alla data parola. Bùttati nella voragine, senza aver pure il conforto di tornar utile a Roma; io non ci ho che vedere. —
Numeriano spiccò un salto, per l'allegrezza, come avrebbe fatto un fanciullo, dopo avere ottenuto un giocattolo lungamente sospirato.
— Ah, grazie! — proruppe. — E tu assisterai alle mie nozze?
— Anche questa? Dovrò io comporre il rogo al mio povero poeta?
— Sì, te ne prego, te ne supplico.
— E sia; lo farò. Col farro, adunque?
— Col farro e col sale.
— Il sale poi è necessario nel caso tuo. Mostri di averne così poco in zucca, mio bel Numeriano! Ora veniamo a noi. Posdimani avrai gli orti di Ventidio. E proprio dopo il contratto di donazione, mi farò tuo prossenéta, ti condurrò dai parenti della donna..... cioè, no, dalla sua nutrice, che l'ha in custodia, e tu le chiederai Delia in isposa. Ti risponderanno di sì, quando io avrò mostrato il contratto, non è vero? Bene; tu le darai l'anello pronubo, che essa metterà nel quarto dito della mano manca, dov'è la vena che corrisponde al cuore. Sarai da quel punto il suo sperato, com'essa la tua sperata.