— Eccoti lì ingrognato, mio Cerbero! — proseguì Caio Sempronio. — Ma infine, abbi pazienza; ho promesso. Vorresti tu che io mancassi alla mia parola?
— Tolgano gli Dei immortali che io ti consigli in tal guisa; — rispose il vecchio Lisimaco, non sapendo più che pesci pigliare. — Debbo dunque metter da parte anche i sessantamila denari?
— Se li hai in cassa.
— Li ho.... quantunque, levati questi, non ci rimanga molto di più. E tu lo sai, padron mio, che le entrate dell'anno scorso hanno già preso il volo, mentre questo è a mala appena incominciato.
— Bene, per tirare avanti fino al raccolto, puoi chiedere in prestito al danista Corbulone. Intanto vedremo di ristringere le spese.
— Ah, magari! — esclamò il vecchio liberto, alzando gli occhi e le palme al cielo. — Con un anno di risparmio, si potrebbe ancora rimetterci in carreggiata.
— Un anno! — gridò il cavaliere. — È troppo. Mettiamo sei mesi.
— Ma bada, ci sono ancora le ipoteche sul fondo Reatino, il più bel fondo che tu possieda! Poi c'è l'imprestito di dugentomila denari sulla villa di Aricia. Poi....
— Dimmi, — interruppe Caio Sempronio, — non avresti tu un altro discorso più allegro da tenermi, per questa mattina? A momenti tu mi passi in rassegna tutta la emerita classe degli argentarii. —
Lisimaco gli rispose con un gesto che voleva dire: che colpa ci ho io?