— Animo, via; — ripigliò, il cavaliere, vedendo la faccia malinconica del suo povero cassiere. — Non pensiamo ora a queste miserie. Vedremo di correggerci, se sarà scritto nel libro dei fati. Tu scrivi intanto, nel tuo, che oggi verrà Postumio Floro, al quale dovrai consegnare quarantamila sesterzi, e Giunio Ventidio per vendermi i suoi orti alle Esquilie, contro la somma di sessantamila danari.

— E metterò a libro l'acquisto degli orti?

— Sì, se ti piace, — rispose Caio Sempronio, con quella sua faccia da ridere, che dava tanta noia al disgraziato cassiere, — purchè tu aggiunga in margine: regalati oggi stesso a Publio Cinzio Numeriano, poeta innamorato. —

Ciò detto, il cavaliere congedò con un gesto maestoso il suo povero arcario, che se ne andò borbottando tra i denti:

— Poeti.... innamorati.... matti... tutta gente da legare!

CAPITOLO VII. Venere spogliatrice.

Clodia Metella, che le necessità del racconto mi costringono a presentarvi, era una delle tre sorelle di Publio Clodio Pulcro.

Ma chi era Publio Clodio Pulcro? Era quel caro matto che aveva iniziata la sua vita pubblica introducendosi travestito da donna nella casa di Giulio Cesare, durante la celebrazione dei riti della dea Bona; marachella giovanile per cui subì un processo, e non ne uscì sano che corrompendo i suoi giudici. Sano nella persona, io vo' dire, non già nella fama, che n'ebbe uno strappo maiuscolo, anche per la testimonianza di Marco Tullio Cicerone, a cui giurò in conseguenza un odio mortale. Eletto tribuno, con l'aiuto di Pompeo e di Cesare, che protestava a suo modo contro certi sospetti, tanto da far passare in proverbio l'onestà di madonna Aurelia sua moglie, si diede a perseguitare in ogni guisa il suo illustre nemico. Questi gli oppose l'unico uomo che potesse tenergli testa, Tito Annio Milone; e l'andò tra quei due da galeotto a marinaro.

Il resto è noto ad ogni scolaro di retorica. Milone si recava un giorno a Lanuvio; Clodio tornava dalla sua villa d'Aricia; i servi delle due comitive s'azzuffarono; Clodio, ferito nel tafferuglio, fu trasportato in un'osteria di Bovilla; Milone pensò che fosse giunto il momento di levarsi quel bruscolo dagli occhi, e, fatto trascinar Clodio fuori dell'osteria, gli diede, o gli lasciò dare da un suo gladiatore, il colpo di grazia sulla pubblica strada. Accusato d'omicidio, fu invano difeso da Cicerone, che si era così turbato alla vista di tanti armati, onde il console Pompeo aveva asserragliato il Foro in quella occasione, da perdere la tramontana senz'altro.

Ciò era accaduto un anno prima del tempo a cui si riferisce il nostro racconto. Milone era andato in bando a Marsiglia, e laggiù, avendo ricevuta una copia dell'orazione, riveduta e corretta, del suo gran difensore, uscì in queste memorande parole: «vedete un po'! se Cicerone avesse proprio parlato come ha scritto, io non sarei qui a mangiar triglie.»