Dove mi ha portato il ricordo di Clodio? Torniamo alla sorella, celebre in Roma per bellezza e per tante altre cose. Giovanissima, l'avevano data in moglie a Quinto Metello Celere, pretore da prima, poi console, ed uno dei più saldi sostegni della parte patrizia. Questo Metello, essendo pretore, si era unito a Marco Tullio Cicerone per isventare le trame di Sergio Catilina, altra conoscenza di tutti gli scolari di retorica; e quando il famoso cospiratore era partito improvvisamente da Roma, egli, inviato nel Piceno per contendergli i passi dell'Appennino, lo aveva abilmente costretto a dar di cozzo nelle schiere dei console Antonio Nepote. In premio di questo servizio, otteneva un anno dopo il governo della Gallia Cisalpina, col titolo di proconsole, e due anni più tardi era console a sua volta.
In quell'ufficio il nostro Metello avrebbe potuto far prova di saviezza, non scontentando troppo quell'ambizioso di Pompeo; ma fece tutto l'opposto, e sospinse il pericoloso cittadino nelle braccia di quell'altro bel mobile, che fu Giulio Cesare; donde la famosa alleanza, che, per esserci entrato anche Licinio Crasso, andò sotto il nome di primo triumvirato. Probo e coraggioso, ma altiero e mal destro come tutta la parte patrizia, che dava gli ultimi aneliti della sua possanza con lui, Metello Celere non potè impedire a Giulio Cesare, dittatore futuro, di vincere una legge agraria, nell'anno 695 di Roma, e morì così subitamente, nel bollore della sua opposizione, che corse voce avergli la moglie propinato un veleno.
Come vedete, non eravamo lontani da Clodia. Mi duole di tornare a lei con un sospetto di veneficio, ma che farci? La cronaca ha i suoi diritti, nè io posso mutarla a mio senno. La cronaca dice anche dell'altro; e poichè Clodia Metella, nel terzo anno di vedovanza, accusò un Marco Celio Rufo di aver tentato di avvelenarla, saltò su Cicerone a dar nuovo pascolo ed autorità alla cronaca, difendendo il giovinotto e dicendo di Clodia Metella tutto il peggio che si potesse dire d'una donna romana di quel tempo. Ora, a quel tempo, le matrone romane non erano stinchi di santo. Ciò forse per la ragione che i santi erano ancora di là da venire.
Per altro, badate, se ne spacciavano tante, e la libertà di parola era così grande, che io non mi meraviglierei punto, se un critico moderno riuscisse a provare che gli avvocati antichi e gli antichi cronisti erano ad un dipresso quel che sono gli avvocati e i cronisti moderni. Qual è l'uomo, o la donna, a cui non si possa, con uno sforzo di volontà, appioppare un delitto? Non abbiamo noi forse udito testè che l'onorevole Minghetti, quell'uomo creduto finora sì candido, ha un infanticidio sulla coscienza? «Sì, o signori (diceva alla Camera dei deputati il suo coraggioso accusatore), egli ha uccisa la bambina Cicoria, che aveva a mala pena spuntato due denti.» Il quale Minghetti fu nella medesima tornata parlamentare gabellato anche per una sirena, per una maliarda, e va dicendo. Laonde, io ho incominciato a capir Cicerone e il valore delle metafore; nè mi spavento più di Clodia Metella, la quale doveva esser giudicata molto retoricamente dai suoi contemporanei, Cicerone compreso, che ne era invaghito anche lui, a segno di destare le gelosie di madonna Terenzia sua moglie. È Plutarco, un'altra lingua tabana, che lo afferma; ed io, tutto considerato, non ci vedo niente di strano.
Mettete da ultimo che meritasse la sua fama; io, fatte le mie restrizioni da uomo prudente e da buon cavaliere, non vo' impicci per questo. Gli autori ci dicono Clodia assai bella, e su questo particolare possiamo esser tutti d'accordo.
A me pare di vederla, nel segreto del suo spogliatoio, attiguo alla camera da letto. Il sole è già alto, ma solo da pochi istanti la bella patrizia si è spiccata dalle braccia di Morfeo. Lo dice il bianco indusium, specie d'accappatoio, il cui fine tessuto ricorda le nostre mussoline di lana, e il cui colletto è ricamato, o, per dire più veramente, ornato di fregi appiastrati, non conoscendosi allora il ricamo propriamente detto, con tutta la sua varietà di forme e di nomi. Le maniche, larghe e brevi, non scendono oltre il gomito. Il lembo inferiore si vede ornato da due file di perle, che sfiorano il musaico del pavimento, illustrando così il modo proverbiale latino, margaritas calcare, passeggiar sulle perle.
Nel bel mezzo della camera è una gran tavola di marmo, su cui, intorno ad una larga spera di acciaio, sono disposte in ordine tutte le ampolle, i pennelli, i barattoli e tutte l'altre cianciafruscole ond'è composto il mundus muliebris. Uno scanno a bracciuoli, col suo cuscino di piume, attende la divina Clodia, che sta per mettersi allo specchio. Dalle pareti dipinte le ridon gli Amori; da una gabbia pendente dal soffitto la saluta un pappagallo africano, con tutti i salve, i vale, gli euge del suo repertorio linguistico. Come siamo lontani dal passero d'una volta, dal passero amoroso e gentile, i cui privilegi destavano la gelosia di Valerio Catullo! Non c'è che dire, Clodia Metella è invecchiata.
Cionondimeno, è sempre bella, maravigliosamente bella, e direi quasi che la sua bellezza ha guadagnata dagli anni una certa magnificenza, pari a quella delle rose, quando hanno intieramente dischiuso il calice avaro all'ammirazione del riguardante. Osservate la bianchezza lattea delle sue mordide carni; essa è proprio governata col latte, perchè in esso furono inzuppate le molliche di pane, di cui Clodia Metella si è accuratamente ricoperta la faccia ed il collo, prima di mettersi a letto. Altre usavano in quella vece un cataplasma di fave grasse, la cui inamabilità doveva quarant'anni più tardi urtare i nervi ad Ovidio.
Una diligente abluzione ha già tolte dal viso quelle croste notturne in cui si è custodita la bellezza; la carnagione è stata aspersa coll'elenio, un quissimile doll'aspasina moderna, formato con latte d'asina; poi col lomentum, pasta di fior di farina e di mirra giudaica, indi coll'esìpo di Atene, vero elettuario, anzi olio essenziale, che doveva la sua untuosità al succo estratto dalla lana delle pecore. Era quello il cosmetico in voga, e le dame romane solevano inondarsene a dirittura la pelle.
Poichè sono a ricordare tutti questi guazzetti, non dimenticherò che Roma femminile aveva anche il suo latte antefelico, per le macchie della pelle e pei bitorzoli, l'alcionea, preziosa mucilagine la quale si estraeva da certi nidi d'uccelli, che, argomentando dal nome, possiamo credere alcioni. Si strofinava leggermente il viso con l'alcionèa, e la pelle diventava tosto così lucente come la superficie d'uno specchio.