Intenderete di per voi, che, dopo tanto abuso di manteche e d'unguenti, bisognasse lavarsi le mani col sapone. Di questo i Romani ne avevano due specie, il molle e il liquido. Il più riputato incominciava allora a venir dalle Gallie, ed era un composto di grasso di capretto e di cenere di faggio. L'arte romana lo aveva aromatizzato con cinnamomo, oppure con nardo di Persia.
Lavate le mani in tal guisa, e rasciugatele nel gausape quadratum, in cui vi consento di ravvisare lo asciugamano di quei tempi, velloso da una parte e liscio dall'altra, la bella patrizia si è raschiata la lingua con una acconcia laminetta d'acciaio; si è spazzolata i denti ed ha gargarizzate le acque famose di Cosmo e di Nicèro (i Frecceri e i Bortolotti di quel tempo) ne male odorati sit tristis anhelitus oris. Il verso non ve lo traduco, perchè lo capirete ad orecchio. Dirò soltanto che è un verso del suo poeta, dell'uomo che l'ha più fortemente amata, e che l'ama tuttavia, sebbene lontano e dimenticato.
Non perchè io lo reputi un obbligo, ma perchè mi pare atto di cortesia verso la benemerita classe dei profumieri, soggiungerò che l'acqua di Cosmo si componeva, d'acqua anzitutto, poi di zafferano e rose di Pesto.
A profumare la bocca delle sue belle patrone, Cosmo aveva inventato eziandio certe pastiglie, di mirto, lentisco e finocchio. Le dame romane erano ghiotte di questi aromi indolciti, che facevano cadere in disuso il mastice di Scio. Pastillas Cosmi luxuriosa vorat.
Non racconterò alle mie lettrici con che sorte di acqua le eleganti figliuole di Quirino si ripulissero i denti. Il preziosissimo liquido si traeva dalla Spagna e si conservava in vasi d'alabastro.... Ma perchè dalla Spagna, mentre a conti fatti lo si poteva ottenere anche in casa, in modo naturalissimo, e senza dare il minimo disturbo ad alcuno? Gli autori che accennano la strana costumanza, non hanno pensato a dircene le ragioni. Marziale si è contentato di affermare che, quanto a sè, i denti se li risciacquava con l'acqua pura. I moderni, gente schifiltosa, daranno ragione a Marziale.
Dove abbiamo lasciato Clodia Metella? Si è lavata le mani; ma badate, non l'ha anche finita con le abluzioni. Infatti, ella entra ora nella sala del bagno. Il solium argenteum (poichè ella si bagna in una vasca d'argento) è già pieno d'acqua, profumata con essenza di gelsomino. La fida clessidra ha misurato lo spazio di mezz'ora, e Clodia Metella è venuta fuori dai tiepidi lavacri. Dico tiepidi, perchè i bagni freddi non s'usano ancora, almeno nelle pareti domestiche; soltanto sotto l'Impero un medico li raccomanderà, e i posteri dovranno salutarlo come l'inventore della idroterapìa.
Asciugata nella sindone, stregghiata per tutte le membra con uno strigile venuto da Pergamo, Clodia Metella ha indossata la tunica intima, su cui le schiave ornatrici hanno ravvolta in dotte pieghe la toga matutina. Ed entra, ciò fatto, il pedicuro, che col suo forfex (scusate se non posso dispensarvi da questi particolari) ragguaglia abilmente al sommo delle dita le unghie rosee dell'olimpico piede.
Olimpico, ho detto, come sinonimo di snello e di breve. L'arte antica faceva piccolo il piede agli Dei; cosa che non finisce di piacere ai veristi moderni, i quali sembrano dimenticare che gli Dei passeggiavano sulle nubi e, quando toccavano terra, non pesavano altrimenti sulle piante coi sessanta od ottanta chilogrammi della loro divinità.
Ciò posto in chiaro, non mi fermerò più oltre su questo argomento, quantunque il piede d'una bella donna meriti ogni più lunga stazione e possa dare l'appiglio a molte meditazioni divote. Del resto, vedete, non s'è fermato troppo neanche il pedicuro. Clodia Metella ha avuto dalla natura un piedino sottile, non ha usato affaticarlo mai nella giornata, non ha avuto mai bisogno di strizzarlo in calzature troppo aggiustate; perciò mancano le cornee durezze e gli altri ingrossamenti cutanei, che domandino una pronta rimondatura ai ferri dell'artista pedestre.
Ecco ora la colezione che arriva. Le cure dell'ornamento non sono ancora finite, anzi può dirsi che siano a mala pena cominciate; ma appunto per questo è necessario d'interromperle con una piccola refezione (jentaculum) che permetta alla dama di giungere senza languori di stomaco fino all'ora del pranzo. Un servitorello, vestito d'una tunica frangiata che gli si stringe alla vita e gli scende a mala pena al ginocchio (donde il suo nome di puer alticinctus) reca una authepsa d'argento, coi suoi carboni accesi nel caldano che le sta sotto. Capirete da questo che l'authepsa è il ramino dell'acqua calda. Un altro ragazzo porta sulle mani un canestro di frutte, con un panino tondo, disegnato a spicchi, e un piattello di legno di cedro, con suvvi una coppa d'argento, e un vaso d'onice, colmo di vino di Sezza, il famoso e costoso Setino, che piaceva tanto a Marziale, ma non si lasciava bere troppo spesso da lui, povero in canna com'era.