Clodia Metella mangia un frutto, rompe una crosta di pane, mescola il vino con l'acqua calda, beve, e la sua colezione è finita. Così l'uccellino, destatosi appena, e scosse le ali sul ramo, dà un paio di beccate alla ciliegia, o al fico, umido ancora della rugiada del mattino, e torna contento ai gorgheggi, ai voli, agli amori. Clodia Metella ritorna alle cure della conscia bellezza. C'è un'altra bisogna, e più delicata, da fornire. La pomice di Catania, strofinata sulle braccia e sulle gambe, toglierà perfino l'ombra di certi molesti accessorii, tollerabili appena appena sulla cute dell'uomo. Anche il labbro superiore può esserne ombreggiato, e qui la pomice di Catania sarebbe ancora troppo ruvida; occorre dunque l'unguento di psilothrum, o di dropax. Il primo è fatto col succo della brionia, o vitalba, che si voglia dire: l'altro.... di che cosa è fatto l'altro? Non so, e mi contento di citarvi Marziale, che raccomanda, per la faccia, questi due depilatorii insieme: Psilothro faciem laevas et dropace frontem.
Dopo la colazione, un'altra risciacquata ai denti non farà male. A proposito, ha denti finti la nostra eroina? Le guardo in bocca, come si fa coi cavalli non donati, e non mi riesce di vederne. Se per avventura ne ha, son legati in oro. L'usanza è antica, e i dentisti moderni non hanno fatto che seguire la tradizione di cento generazioni. Leggete le Dodici Tavole, o, per dire più veramente, quel tanto che ne è rimasto. Nella decima Tavola, dove si tratta delle sepolture, sta scritto: Neve aurum addito; ast si cui auro dentes vincti erunt, eum cum illo sepelire urereve sine fraude esto. Traduciamo, perchè gli è proprio il caso, con questo latino assaettato. «Non ponete oro coi cadaveri; ma se taluno abbia denti legati in oro, sia permesso di seppellirlo, e bruciarlo, con esso.»
Ora, seguendo l'ordine delle cure femminili, veniamo all'acconciatura del capo. Clodia Metella ha una chioma da far invidia a molte sue pari; non ha bisogno del grasso d'orso, tanto raccomandato da Galeno, nè dell'unguento di cantaridi, accennato con le debite restrizioni da Plinio. Neppure ha mestieri di tingere in nero i suoi capegli con piombo disciolto nell'aceto, nè in rosso con le erbe di Germania, che giovano a mutare in carote i gigli precoci d'una testa di donna. Il crine di Clodia Metella è ancora d'un nero lucido, che potrebbe farsela con quello dei corvi.
L'ornatrice ha già snodato e stretto in pugno il volume di quelle morbide chiome. Il cinerario è lì pronto a togliere dal fuoco il ferro da riccio, che dovrà dare alle ciocche sulla fronte l'ondosità del mare. Clodia felice! Ella ha proprio trovata la fenice delle cameriere, perchè tutto procede a dovere, e non c'è caso di spazientirsi, nè di sgridarla per un colpo di pettine più forte dell'altro, o per soverchio accostarsi del ferro caldo alla pelle. Arricciati sulle tempie, rigirati in due lucide staffe all'altezza degli orecchi, i bei crini di Clodia si attorcigliano sulla nuca in un mazzocchio aggraziato, a cui fanno sostegno due spilloni d'oro. Così vuole la moda. Ancora pochi anni, e uno di questi spilloni, tolto dalle chiome di Fulvia, la moglie di Clodio e di Marc'Antonio, trafiggerà la lingua di Marco Tullio Cicerone. Carine, non è vero, queste patrizie di Roma?
Ed ora, per Clodia Metella, sarebbe il caso d'imbellettarsi il viso, col minio, o con altre temperanze di rosso. Ma per quest'oggi le piace d'esser pallida; il bianco è il colore degl'innamorati. «Sia pallido chi ama, ha detto Ovidio; è questa la tinta degli amanti; ognuno che vede quel volto sbiancato, ha da esclamare: ecco i segni d'amore!» Anche gli occhi debbono apparire più grandi e più profondi del vero; e a questo gioverà una pennellata d'antimonio (stibium) sull'arco delle ciglia e agli angoli esterni delle palpebre. La moda è antica nell'Asia, e non per niente i padri delle belle Romane hanno conquistata l'Asia ai numi austeri del Lazio.
Finalmente, la testa è in ordine. Le cosmète (con questo nome si chiamavano le cameriere) vanno attorno per la camera, scoperchiando certe casse d'ebano, in cui si contengono le stole, i pallii, le toghe, le riche, e tutti gli altri capi di vestiario della loro padrona. Qual veste indosserà per quel giorno Clodia Metella? À lei piace frattanto di vedersele tutte schierate dinanzi, per scegliere a occhio il colore che più le andrà a genio, o che le parrà più acconcio ad ottenere l'effetto desiderato. Chi non sa che il colore ha un'arcana virtù, in materia di galanteria? Ci sono, tra un bel viso e la tinta d'una veste, armonie segrete di cui sentiamo il fascino, senza intenderne e senza pure indagarne la ragione.
Là veste caratteristica delle matrone romane era la stola, lunga ed ampia tunica di lana, semplice e severa come il costume della forte repubblica, che l'aveva ereditata dai vecchi Sabini. Le maniche generalmente erano lunghe, serrate al pugno con una fibbia. Due cinture la stringevano al busto, l'una delle quali passava sotto il seno, l'altra sul fianco; di guisa che, tra questi due legamenti che la premevano, essa offriva al riguardante un giro irregolare, ma artistico, di piccole pieghe. Si distingueva dalla tunica propriamente detta, per uno strascico chiamato instita, che era cucito sotto gli sboffi posteriori della seconda cintura, e scendeva fino a terra, coprendo le calcagna e aggiungendo maestà all'incesso della dama. Era questa la stola di Veturia, la madre di Coriolano, come si vede raffigurata da un affresco nelle Terme di Tito. Ed ugualmente vestita, pittori e poeti romani ci rappresentarono Giunone, l'altera moglie di Giove. Si usò bianca da prima, poi di tutte le varietà della porpora, e d'altri colori per giunta, accortamente distribuiti secondo le ore del giorno. Ovidio consigliava, per colori di mattina, il verde marino, il celeste, il paglierino, il violetto.
Un bel colore d'amatista, che prendeva risalto da un fregio d'oro sugli orli della veste, fu prescelto per quel giorno da Clodia Metella. L'amabil pallore delle carni ci guadagnava un tanto, e i grandi occhi abilmente cerchiati d'antimonio ne avevano una espressione più profonda e più viva. Non dimentichiamo la vitta, nastro di colore, che s'intrecciava in due o tre giri attorno alle chiome corvine. La vitta era, al pari della stola, l'ornamento della donna ingenua, o nata libera. Alle schiave, alle liberte, alle cortigiane, non era lecito portarla.
Lettori, io vi fo grazia dei coturni. Dio sa dove mi condurrebbe il pericoloso ufficio di descrivervi un laccio, voluttuosamente rigirato intorno ad un collo di piede che pare scolpito da Fidia. Vi parlerò invece degli anelli di Clodia, tutti infilati su di un colonnino d'avorio, donde essa li toglie per metterli nelle dita. Tra essi è l'anello magico, che ha, in luogo della solita gemma, un pezzo di ferro o di bronzo, tolto dalle forche (aes patibuli), ed è stato consacrato da un sacerdote di Giove Serapide, sotto quella costellazione che ha veduto nascere Clodia Metella. La nostra matrona porta questo amuleto invece dell'anello maritale. Rammentate che Metello Celere è morto, e non è stato surrogato da alcuna forma di justae nuptiae.
A compiere l'adornamento della bella persona, Clodia cinge i polsi d'armille, o braccialetti, in forma di serpenti d'oro, che portano rubini e smeraldi incastonati nella cervice. Agli orecchi ha sospeso i crotalii, pendenti d'oro a tre gocce di perle, come quelli messi in mostra da Giunone, quando andò sul monte Ida a sedurre il marito. E qui si ferma l'esposizione delle gemme, perchè la dama non ha ancora disegnato di uscire di casa. Se volesse, potrebbe luccicare dal capo alle piante come una bacheca di gioielliere. Due dactilyothecae sono aperte davanti a lei, colle gemme d'estate e le gemme d'inverno. La divisione è ragionevole, come vedrete. Nella fredda stagione si portavano i gioielli pesanti, nella calda i leggeri. Leggeri e pesanti per la legatura, s'intende, che poteva esser vuota o massiccia; laddove le perle e le pietre prezioso erano di tutte le stagioni, e le belle portatrici non badavano al peso.