Ovidio, che ho già citato più volte, come maestro in cosiffatti negozi, accenna all'uso delle dame di coprirsi il collo con vezzi di perle orientali, serbando le più grosse e le più pesanti per gli orecchini. E ce n'erano veramente di prodigiose. La perla che Cleopatra stemperò nel suo vino era valutata due milioni; e un'altra d'ugual prezzo avrebbe fatta la medesima fine, se Marc'Antonio non si fosse opposto a quella continuazione di pazzia. Questa seconda perla, passata nelle mani di Agrippa dopo la morte di Cleopatra, fu segata in due, per farne gli orecchini ad una statua di Venere, collocata nel Panteon.
Belle dame del tempo mio, chiederete di vedere i diamanti di Clodia Metella. Ma badate, ai tempi di Clodia non si conosceva ancora l'arte gentile di sfaccettare il diamante. Ora, un diamante greggio non è un diamante; è una pietra informe, un oggetto di curiosità, da mettersi in una collezione geologica, non da appendersi agli orecchi, o al collo, di una leggiadra donnina. Ne convenite?
Dunque, al tempo di cui narro, non si usavano brillanti, nè autentici, nè apocrifi; nello scrigno di una gran dama le perle tenevano il primo luogo. Costosissime, come vi ho accennato, tanto da far dire a Properzio, dove parla di una signora coperta di gemme, che essa portava addosso l'eredità di due generazioni future.
Matrona incedit census induta nepotum.
Abbiamo seguito Clodia Metella in tutte le fasi dei suoi apparecchi galanti. Oramai la bella patrizia è armata di tutto punto, per combattere la gran battaglia di quel giorno. A chi si prepara la sconfitta? Chi andrà incatenato al suo cocchio trionfale? Aspettate e vedrete.
Eutiche, la prediletta ornatrice, ha presentato alla sua signora uno specchio tondo e concavo, di bronzo levigato e rilucente, che più non sarebbero i nostri specchi moderni di cristallo. Clodia si vede bella, si ammira, compone il volto ad una espressione di soave malinconia e sorride. Il sorriso vuol dire che quell'aria le sta bene, e che Clodia è contenta di sè.
Finita la grand'opera della giornata, le cosmète si ritrassero dalla camera, dopo avere augurato alla padrona ogni maniera di felicità. Rimasta sola, Clodia Metella andò ad un armadio di cedro, che stava appoggiato alla parete, e lo aperse, per riporvi ella stessa i gioielli che non le erano serviti per la sua acconciatura. Quell'armadio era insieme uno scrigno e un tabernacolo. Difatti, la nostra eroina custodiva là dentro e le sue gemme e i suoi Penati.
Clodia Metella era molto divota. Un maldicente avrebbe soggiunto che era divota come lo sono generalmente le donne che hanno molto da farsi perdonare, e che contano di accrescere ancora la somma del loro debito coi Numi pietosi. Io non lo dirò, lettrici mie belle, perchè non ho fatto studi sufficienti sulla materia, e non vorrei dire una sciocchezza sulla fede degli altri. Son ricco, in questo particolare, e spendo sempre del mio.
Nessuno mi domanderà che cosa fossero gli Dei Penati, e nessuno li confonderà, spero cogli Dei Lari. Ad ogni modo, prego i lettori a ricordare la distinzione fatta, nel primo capitolo della mia storia, tra queste due specie di numi. E proseguo, accennando che tra i Penati di Clodia Metella c'era Venere, la madre degli amori, bellissima statuetta in metallo di Corinto, dorato. Questo metallo era bronzo della qualità più fine, e ripeteva il suo nome dall'incendio di Corinto, quando la città, capitale della Lega Achea, fu presa ed arsa dal console Mummio, perchè appunto in quell'occasione gli ornamenti metallici dei templi e delle dimore private si fusero in guisa da formare quel ricco e solido amalgama, celebrato poi come ottimo per fondere statue.
Quella Venere, rappresentata nell'atto di uscire dal bagno, era un miracolo di bellezza, e si diceva che l'artefice greco avesse tolto a modello il volto di Clodia. Possiamo dar la tara a questa asserzione, soggiungendo che lo scultore poteva benissimo avere adulato un tantino il suo esemplare. Io desumo questa mia opinione dall'aria di compiacenza con cui Clodia Metella si fermò a contemplare la statua; compiacenza molto simile a quella di una leggiadra donnina dei tempi nostri, quando guarda la prima copia del suo ritratto, ricevuta allora allora dal fotografo. S'intende, se la prova è riuscita bene. Ora, perchè una prova fotografica riesca bene, è assolutamente necessario che ci renda più belli del vero.