Venere usciva dal bagno, ho detto; e il lettore avrà già inteso che la dea si mostrasse spoglia di tutti quei veli importuni, ond'erano così poco amici, e giustamente, i nostri fratelli di Grecia. Eppure, vedete, quella Venere, così spogliata, aveva dato argomento alla vena sarcastica di Cicerone, che l'aveva audacemente gabellata per una Venere spogliatrice. E perchè? Pel doppio uso a cui serviva l'armadio. Da quello scrigno Clodia Metella aveva preso il denaro chiestole da Marco Celio; dunque là dentro ella custodiva i presenti ricevuti da tutti i vagheggini di Roma; e quella Venere, intorno a cui si ammonticchiavano le gemme e le perle, quella Venere si immedesimava con Clodia Metella, e l'una prendeva il soprannome di spogliatrice dall'altra.

Dobbiamo credere all'avvocato? Lettori e lettrici, io lascio la cosa nelle vostre mani, e lavo tranquillamente le mie.

Quelle di Clodia avevano intanto presa un'acerra, scatoletta quadra di avorio, coi pie' di bronzo, nella quale si conteneva l'incenso dei sacrifizi; e, presi su d'una paletta d'argento parecchi granellini del prezioso aroma, li gittavano entro un braciere rizzato su d'un'ara portabile davanti al simulacro della dea.

— Sii propizia, o madre! — disse Clodia Metella. — Io spero ogni cosa da te. —

Crepitò l'incenso sui carboni ardenti e levò una piccola nube di fumo, che andò a lambire il piede d'Afrodite.

Fatta la libazione sacra e notato il segno felice di quella linea diritta che aveva seguita il fumo del sacrifizio, Clodia Metella richiuse il tabernacolo ed uscì dalla stanza. Colà, infatti, ella non poteva ricevere visitatori; era quello il sacrario della bellezza, di cui un profano non doveva varcare la soglia.

«Vi sono certe cose che un uomo deve ignorare; — ha scritto Ovidio nella sua Arte d'amore. — Lasciateci credere che voi dormite ancora, mentre lavorate a farvi belle. Perchè avremmo noi a sapere a quali artifizi è dovuta la bianchezza della vostra pelle? Non venga un amante curioso a sorprendere il secreto di tutti que' vostri barattoli. Soltanto l'arte nascosta è quella che giova. Scoperta, si volgerebbe a danno vostro, e distruggerebbe la nostra fiducia per sempre. Vedete come è sottile quella lamina d'oro che orna le tende d'un teatro; guai se queste si lasciassero vedere dallo spettatore, prima di essere acconciamente disposte. Siamo dunque intesi; certe cose hanno a farsi senza testimoni. Nec nisi submotis forma paranda viris.»

Ed anche noi siamo intesi. Clodia Metella, uscita dalla sua camera, andò a sedersi nel tablino, sotto gli occhi dell'ostiario e degli atriensi, cioè a dire del portinaio, che poteva vederla dal suo androne, e dei camerieri, che andavano e venivano lungo il colonnato dell'impluvio.

Anche questa era arte sopraffina. Lucrezia, la moglie di Collatino, con tutta la sua austerità matronale, non avrebbe pensato a custodirsi con tanto riguardo.

CAPITOLO VIII. L'attesa.