Se l'aveste veduta, come era bella, con quella sua stola di color d'ametista, fregiata d'oro sui lembi, che dava risalto alla marmorea bianchezza delle carni; opulenta di forme, ma snella in apparenza per la mirabile giustezza delle proporzioni; con que' suoi occhi profondi e languidi; con quelle chiome abbondanti, che luccicavano tra i due giri della vitta porporina, e col mazzocchio cadente in riccioluti corimbi sulla nuca; se l'aveste veduta, io metto pegno che avrebbe fatto dar volta ai vostri cervelli, come a quello di Valerio Catullo e di tanti altri suoi degni contemporanei.

Non era per quel giorno una bellezza procace, e molto negava delle sue lusinghe allo sguardo. Vi ho già detto che portava le braccia coperte da lunghe maniche, strette ai polsi con armille d'oro. In quei braccialetti foggiati a serpenti, erano incastonati rubini e smeraldi; agli orecchi portava pendenti di perle; ma il collo non avea vezzi, oltre quelli di madre natura. E forse per questo appariva più bello.

Insomma, io penso che se l'avesse veduta in quel punto il banchiere Cepione, il più ricco usuraio delle Botteghe Vecchie, pur di baciare quel collo, avrebbe date volentieri le sostanze di cento figli di famiglia. Ma Clodia, dal canto suo, avrebbe ricusata quella ecatombe. Sono tanto bizzarre le donne!

Perchè ho tirato in ballo Cepione? Ah, maledetta lingua! Io vi sfringuello i segreti dell'arte mia prima del tempo. Fate conto che non abbia detto nulla; se no, addio interesse dell'opera.

Veduta la sua signora che entrava nel tablino, un servo si avanzò per prendere i suoi ordini. Era un adolescente, e voi già lo avete veduto portare la colazione.

— Sei tu, Carino? — chiese la bella patrizia, voltandosi languidamente sulla cathedra supina, sedia lunga, con la spalliera inclinata indietro, e senza bracciuoli, che era un quissimile delle moderne poltrone. — Vedi che ore sono. —

Carino usci nel cavedio (così aveva nome il vano dell'atrio, tra il compluvio e l'impluvio, dove batteva direttamente la luce) per dare un'occhiata all'emisfero, specie d'orologio solare, che prendeva il nome dalla sua rassomiglianza con un emisfero, o metà del globo, il quale si supponeva tagliato pel suo centro, nel piano d'uno de' suoi cerchi più grandi.

Prima di andar oltre nella descrizione, bisognerà dire qualche cosa intorno agli orologi e alla divisione del giorno in ore. Questa incominciò assai tardi presso i Romani, i quali non avevano nei primi secoli alcun mezzo per misurare e distinguere le ore, e fino al quarto secolo della loro storia non giunsero a stabilire il meriggio. In tre parti adunque dividevano il giorno: luce, crepuscolo e tenebre. La luce si spartiva in cinque periodi: mane, ad meridiem, meridies, de meridie, solis occasus. Il crepuscolo in due: vesper e prima fax, che sarebbe da noi l'ora nella quale i lampionai vanno attorno per accendere il gasse. Le tenebre in sette: concubium, nox intempesta, ad mediam noctem, media nox, de media nocte (o mediae noctis inclinatio), gallicinium, conticinium. Il concubium significava l'ora di andare a letto: la nox intempesta diceva non esser tempo da far nulla, salvo dormire; il gallicinium era il canto del gallo; il conticinium il silenzio del gallo, considerato come passaggio all'aurora. Voi lo vedete, o lettori; la nomenclatura era ricca, ma la distribuzione incertissima. Bastava ad esempio che un gallo non potesse dormir le sue ore, per guastare tutto l'ordine prestabilito.

Il primo strumento che ebbero i Romani per distinguere le ore fu un quadrante, ossia orologio solare, portato di Sicilia da Marco Valerio Messàla, dopo la presa di Catania, nell'anno 477 ab Urbe condita. Quinzio Marco Filippo, censore, ne stabilì uno più esatto nel 576. Ma questi orologi servivano solamente di giorno, e nei giorni di sole. Alle ore di notte aveva provveduto Scipione Nasica nel 493, con la introduzione della clepsydra, vaso pieno d'acqua, da cui il liquido passava per un piccolo foro in un bacino sottoposto, ove, a misura che andava crescendo, sollevava un pezzetto di sughero, che indicava le ore. Questa clessidra, si chiamò anche orologio d'inverno, e il suo perfezionamento permise ai Romani di spartire il giorno naturale in ventiquattro ore, dodici delle quali assegnate costantemente al giorno artificiale, e dodici alla notte; per modo che erano le une a vicenda or più brevi ed or più lunghe, secondo le diverse stagioni.

L'uso del quadrante durando tuttavia (e dura anche adesso sotto il nome di meridiana), si provvide a farlo concordare con la divisione del giorno in ventiquattr'ore. Per esempio, l'emisfero di Clodia Metella, disco concavo, sostenuto da un Atlante di marmo, portava, giusta l'uso del tempo, le dodici ore di luce divise in quattro parti, ognuna delle quali rappresentava per conseguenza tre ore. Queste divisioni prendevano i nomi di prima, terza, sesta e nona, che sono giunti fino a noi colle Ore canoniche. Quanto alle ore della notte, anch'esse furono divise in quattro parti, distinte col nome di prima, seconda, terza e quarta vigilia, derivando il vocabolo dalla milizia e dall'uso dei soldati, che duravano in sentinella tre ore di seguito.