— Oh no, niente di grave. Del resto, i gravi studi non sono fatti per noi. Leggevo una favola milesia. Sai pure, è la favola che ci consola qualche volta della triste verità.
— Lascialo dire a noi, bellissima Clodia. Tu stessa puoi dar vita a quanto di più leggiadro saprebbe immaginare la fantasia d'un poeta della Jonia. —
Il complimento era un po' stiracchiato, ma Caio Sempronio lì per lì non aveva trovato niente di meglio.
— Ah così fosse! — esclamò Clodia Metella. — Leggevo appunto di due anime amanti che fuggirono alle noie della vita cittadina, per foggiarsi un mondo a lor posta nella pace dei campi. E un giorno o l'altro, chi sa? anche sola, io me ne andrò a rifugio nel mio podere d'Albano, per fantasticare nei boschi, dopo aver atteso alle cure domestiche e distribuito il còmpito alla famiglia.
— Come? Ardiresti privar noi, Roma tutta, delle tue grazie ammirabili? Tu, nata per le tede nuziali?
— Ma sì, io; — rispose Clodia, scuotendo fieramente la bellissima testa. — Troppo fosca luce hanno data le prime tede nuziali per me; frattanto, questa insidiata solitudine mi pesa. Ti parlavo poc'anzi dei Proci. Orbene, son troppi, e troppo molesti, i pretendenti intorno a Penelope; taluni di essi anche odiosi. —
Caio Sempronio ebbe una stretta al cuore. Non si sta impunemente al fianco di una bella donna, ed ogni accenno ad altri uomini che le facciano la corte, o sperino qualche cosa da lei, ci dà noia, come l'immagine d'un rivale che di repente s'intrometta fra lei e noi. Non siamo ancora innamorati, e già siamo diventati gelosi.
— E chi, di grazia? — domandò egli, turbato.
Clodia Metella notò quella sollecitudine, strana abbastanza per un primo incontro; ma fece le viste di non addarsene, o di trovarla naturalissima, che torna lo stesso.
— Non so se faccio bene a dirtelo; — rispose ella, con una esitazione che accresceva il pregio della confidenza. — Ma già tu sei uno de' pochi Romani, che valgano qualche cosa e in cui una donna possa confidarsi a chius'occhi. Cepione!