— Di prendere un altro interesse sopra il tuo cuore? — domandò Caio Sempronio.
— Per l'appunto. Ed io non so se debba ridere, o andare in collera. Ma la faremo finita ben presto. Gli restituirò il suo denaro, dovessi anche vendere le mie gemme, e lo farò mettere alla porta.
— Poveretto! Vorrai punire i suoi occhi di avere amata la luce?
— Tu lo difendi ancora?
— Non lui, per verità. Tratto la causa di tutti coloro che hanno la fortuna di avvicinarti; — disse Caio Sempronio, cercando di ricondurre la conversazione sul tenero. — Non potrei io alla mia volta apparirti noioso? —
Clodia non rispose nulla a quella domanda incalzante. E neppure alzò gli occhi a guardare il giovinotto, intesa com'era a baloccarsi cogli anelli che aveva nelle dita.
— E ciò sarebbe doloroso per me, — soggiunse il cavaliere, — assai doloroso, dopo averti conosciuta. Perdonami, sai, ma io dico quello che sento. Buona come sei, devi lasciarti ammirare, e lasciartelo dire. È uno sterile conforto, lo so; ma almeno potrò pensare che tu non ignori il mio male, quantunque avara di farmachi. E poi, non è del tutto infelice chi prega e spera; infelice è colui che, dopo aver contemplato il sole, è risospinto nelle tenebre.
— Basta, basta, pericoloso ragionatore! Con la tua lingua soave faresti muovere i sassi, come già avvenne ad Orfeo; — disse Clodia Metella, smozzicando amabilmente le parole.
Era costume delle dame romane, uguali in cotesto alle moderne sirene, di cincischiare il discorso, simulando qualche esitanza di lingua e togliendo perfino dalle parole qualche lettera indispensabile (litera legitima) che suonasse troppo aspra al palato.
— Vedete qua, — proseguiva Clodia Metella, — Tizio Caio Sempronio, il più elegante e il più celebrato dei cavalieri di Roma, che si adatta a sprecare il suo tempo prezioso con una povera donna, a cui la giovinezza più non fiorisce le guance. Avessi quattro lustri, almeno!