Il mercante capì subito che cosa intendesse di fare il nostro giovinotto, e cavò dalla sacca, che portava ad armacollo, un dittico di legno e uno stilo di avorio. Il dittico era una doppia tavoletta, che si chiudeva come le due copertine d'un libro, presentando al di fuori una superficie piana, e di dentro un sottile rivestimento di cera, con le sponde rilevate tutto intorno, perchè le due faccie, richiudendosi l'una sull'altra, non avessero a combaciare per modo da guastare le lettere, segnate nella cera medesima con la punta dello stilo.

Caio Sempronio tolse la tavoletta dalle mani di Aderbale e vi scrisse queste poche parole:

«T. C. Sempronio a Lisimaco, suo dispensatore. Pagherai oggi cinquemila sesterzi al mercante Aderbale, di Tiro. Sta sano.»

Ciò fatto, consegnò il dittico al mercante, che, data una scorsa allo scritto, s'inchinò e si dispose a metter da parte la pezza di stoffa destinata da Caio Sempronio alla bellissima Clodia.

— Oggi stesso, a quell'ora che ti farà comodo, passerai alla mia casa, sul Viminale, — disse il cavaliere, — e Lisimaco ti darà la pecunia.

— Tu sei il più liberale tra tutti i patrizi di Roma; — rispose Aderbale, intascando il prezioso chirografo. — Ed eccoti, nobilissima Clodia, la veste. Ti consiglio d'indossarla per le feste Megalesi. Annia Sulpicia vuol proprio morirne d'invidia.

— Oh Caio! — mormorò Clodia Metella, tutta vergognosa, all'orecchio del giovane. — Io non accetterò mai un così ricco presente.

— Perchè, padrona mia? Sono un temerario, lo vedo; ma la colpa non è mia. Cepione mi ha data la spinta. Se vuoi punirlo della sua improntitudine, non ci hai modo migliore di questo. Accetta con lieto animo il mio povero dono. —

Clodia sorrise e porse la sua bella mano a Caio Sempronio. Era quello il ringraziamento, e il nostro cavaliere se ne fece abilmente un premio, stampando su quella mano il più ardente dei baci.

— Animo, giovinotto, e non perdiamo tempo! — gridò Cepione stizzito.