Ma, quadrantaria o no, nè Giunio Ventidio, nè altri linguacciuti, che erano adunati con lui in un angolo del podio, dove si riducevano per solito i giovinotti eleganti di Roma, potevano parlare di scienza propria intorno agli atti di Clodia. È già stato notato come, in simiglianti negozi, che toccano la vanità mascolina, parla chi non ha niente a dire, mentre chi potrebbe parlare con un po' di ragione sta zitto.
— Vedetela là, quella sirena, come lo ha tirato a' suoi piedi! — esclamava Giunio Ventidio, dimenticando di essere stato egli stesso cinque giorni addietro il galeotto tra quei due. — Bisognerà che io lo avverta, il nostro povero Caio.
— Avvertirlo! E perchè? — disse Postumio Floro.
— Eh, mi pare che le ragioni non manchino. Siamo amici o non siamo? Egli si rovina.
— Ah, baie! Se non è lei, sarà un'altra.
— Sicuro, ma sia almeno tal donna, — soggiunse gravemente Ventidio, — che egli possa condurre attorno senza ignominia. Clodia Metella è troppo.... come ho da dire?
— Di' quel che vuoi; s'impresta ai ricchi.
— Diciamo dunque.... devastata.
— Nella fama, s'intende. Vedete Marco Tullio, che ci ha fatto lo strappo più grande, nella causa di Celio Rufo, come la guarda a squarciasacco!
— Amore antico, che s'è inacetito!