Il prologo della commedia distolse un tratto dalla nostra coppia amorosa l'attenzione dell'uditorio. I lazzi del personaggio scenico parevano fatti a bella posta pei giovani eleganti che sedevano all'estremità del podio.

— «Date retta, vi prego, alla compagnia; — diceva in un certo punto il prologo della Casina. — Mandate a quel paese la malinconia e non pensate ai debiti. Oggi nessuno ha da aver paura dei creditori. Giorno di giuochi è giorno feriato, anche per gli strozzini. Tutto è tranquillo; il Foro ha vacanza; gli usurai fanno giudizio e non chiedono niente a nessuno. Pensate forse al poi? Quando i giuochi sono fatti, a nessuno si rende più niente.» —

Questa Casina era una delle ultime e delle migliori commedie di Plauto; però piaceva ancora, un secolo e mezzo dopo la morte dell'autore. S'intitolava dal nome di una bella schiava, a cui volevano dare marito in due, il padre ed il figlio, per una ragione che i discreti non vorranno domandarmi di certo. L'intento della commedia, secondo che notano i savii, era morale abbastanza, vedendosi in essa un vecchio innamorato che finisce col portare le pene della sua ridicola zerbineria; ma nella favola poi, ci si riscontrava una libertà veramente plautina e il buon costume ne usciva assai mal trattato.

E ci andavano, direte, lo vergini Vestali? Mah, che ci posso far io? Ci andavano anche le più savie e costumate matrone, gli edili, i consoli e tutti i personaggi più gravi di Roma. E ridevano vi so dir io, con la scorta degli autori, e ci si spassavano un mondo. Era quello il tempo in cui si poteva dire e sentire ogni sorta di capestrerie, a patto che si giurasse di non farne mai. Ovidio diceva: «io vivo onestamente; solo la mia Musa è un po' scollacciata». E Marziale seguitava: «il mio libro è lascivo, ma la mia vita è proba». Ambedue imitavano Catullo, l'antico amante di Clodia, che aveva scritto di se:

Nam castum esse decet pium poetam

Ipsum; versiculos nihil necesse est.

Quella cara società antica somigliava in cotesto alla medievale e a quella del risorgimento; quando le signore leggevano le novelle del Certaldese e del vescovo Bandello, e quando papi e cardinali assistevano alla rappresentazione della Calandra, amenissima commedia del loro collega Dovizi, detto il Bibiena. E in Francia e in Inghilterra non era lo stesso? Conchiudiamo; più di noi, i nostri antichi amavano farsi un po' di buon sangue e non badavano alla qualità dei sali con cui si otteneva l'intento. Così avveniva che le commedie di Plauto, in cui, a detta d'Orazio, i sali erano così grossolani, piacessero a tutti i Quiriti, e ci prendesse gusto il severo Catone, come più tardi aveva a prenderci gusto san Gerolamo, che si era portato l'autore prediletto nel deserto e se lo andava centellando saporitamente, a riposo delle notti vegliate nelle lagrime della penitenza.

Tra un atto e l'altro della commedia, ripigliava il cicaleccio dei nostri giovinotti eleganti. In mezzo a loro era capitato Quinto Servilio Cepione, che li conosceva tutti intimamente, come potete argomentare, e che con la sua presenza ne fece scantonare parecchi.

— Ohè, Cepione, — gli disse Postumio Floro, battendogli con molta confidenza sul ventre, — come va? siamo sconfitti?

— Sconfitti! Che vuoi tu dire?