— Sicuramente; che male c'è? Dovrei vergognarmi di imitare Porcio Catone, il rigido censore, che imprestava danaro alla gente, per cavarne un frutto maggiore del reddito dei suoi campi Tuscolani? Giovinotti, giovinotti, quando intenderete il prezzo della pecunia....
— Non sarà più tempo; — interruppe Giunio Ventidio. — È questo che volevi dire? Ti s'è risparmiata la fatica. Del resto, vedi, amico Cepione, quando voi, uomini savi, vorrete usare della ricchezza, non sarà più tempo neanche per voi, e un bel giovinotto vi farà mettere alla porta senza tanti riguardi.
— Quanto alla porta, lasciamola lì! — borbottò l'usuraio.
— È pure toccata ad uno che conosco io; — aggiunse Postumio Floro. — E se egli non fosse stato messo alla porta, poniamo per via di metafora, Clodia Metella non sarebbe oggi in teatro, al fianco di Caio Sempronio.
— Se parli per me, t'inganni a partito, — rispose Cepione, sbuffando. — Clodia Metella è là, col vostro amico, perchè.... perchè non me ne importa un fico.
— Hai torto; è così bella! — disse Postumio.
— Dieci volte più bella del solito; — aggiunse un altro. — Quella stola frangiata d'oro....
— Listata!
— Anzi meglio, vergata d'oro, le sta a meraviglia.
— E non è certamente un dono di Servilio Cepione; — notò quella linguaccia di Ventidio.