— E perchè non lo sarebbe? — domandò l'usuraio inviperito. — Potrei, meglio di voi, far questo ed altro, potrei coprirla d'oro....
— Del nostro!
— Del vostro, o di mezza Roma, potrei farla risplendere più di Cibele, o di Venere vincitrice, se la cosa mi piacesse. Ma non mi piace, ecco tutto. —
Il nostro banchiere incominciava a pentirsi d'essere andato a ficcarsi in quel vespaio. Postumio e Ventidio gli davano più noia degli altri; erano i più accaniti contro di lui. Se non avessero pagato in quegli stessi giorni i loro debiti, con che gusto si sarebbe vendicato! Ma tutti i giorni vengono, chi sappia aspettarli, pensò il nostro Cepione, ed una ne paga cento.
Que' zerbinotti, poi, non sapevano spiccarsi da Clodia Metella; non sapevano spiccarsene con gli occhi, nè coi discorsi. Clodia Metella, argomento di tutte le invidie, lo diventava altresì di tutti i desiderii.
È questa l'arcana virtù (mi perdoni la virtù, se adopero in questa guisa il suo nome) di certe donne perdute. Le illustri scostumatezze tirano a sè tutti gli animi deboli. Si sa di andare a rovina; tanto meglio. Così va la farfalla al lume, pazzamente, sentendo bruciarsi il sommo dell'ali. Quella donna, poi, non era neanche una greca, una etèra, una di quelle arpie calate in Roma per mandare in rovina i severi Quiriti; era una matrona, una patrizia romana, e, volere o no, figlia e moglie di uomini consolari.
Vedete, ad esempio; poco lunge da Clodia Metella, sull'orlo del quinto cuneo, sedeva un'altra donna, bella come lei e di parecchi anni più giovane. Anch'essa era piaciuta a molti. Ma non era che una greca; tra pochi dì sarebbe stata la moglie di un povero poeta; l'etèra appariscente vestiva con semplicità, come si conveniva alla vigilia del nuovo e modesto suo stato; perciò scompariva, si confondeva nella moltitudine delle Lucrezie di Roma.
E lo sentiva anche lei, non dubitate; e a risico di rimpicciolire ai vostri occhi l'immagine di Cinzio Numeriano, vi dirò che quell'onesta ma umile condizione a cui la chiamava il poeta, non le pareva un gran che. Ancora un mese o due, e le sarebbe parso un errore. Essere in vista, corteggiata, desiderata, e magari come una saltatrice, un'ambubaia di Siria, quello era il buono. E invece, guardate che disdetta, la povera Delia si sacrificava a Cinzio Numeriano, un giovine di belle speranze, ma di poche sostanze; e queste, poi, frutto d'una liberalità di Tizio Caio Sempronio. Quello era un uomo!
— Eccolo là, — pensava la bionda Delia, guardandolo lungamente, attraverso le ciglia semichiuse, e facendo le viste di badare a tutt'altro; — eccolo là, giovane, ricco e felice. È bello di una lieta ed altera bellezza, non mesta, non umile, non timorosa, come quella di Cinzio. L'uomo ha da essere ardito. Vedetelo, con quella fronte alta e quel suo sguardo sfavillante. Pare che sfidi tutta Roma ad essere più felice di lui. E quella Clodia, come si tiene! È poi bella come dicono? Certo, quest'oggi non è male. Ma qual donna mediocre non apparirebbe bellissima, con quelle perle intrecciate nei capegli, scambio di una semplice vitta, e con quella stola di nera porpora, intessuta d'oro, che dà tanto spicco alle carni? È lei la regina del teatro, non c'è che dire, e i giuochi Megalesi sono banditi per lei. Noi altre, povere donnicciuole, ci sfiguriamo tutte, non siamo più nulla al confronto; nemmeno la nobile Giunia Sillana, che è senza dubbio la più bella di tutte le patrizie romane. —
Giunia Sillana si sarebbe grandemente meravigliata, se avesse udita la chiusa del soliloquio di Delia. Figuratevi! Una donna che loda la bellezza di un'altra! Tuttavia, se ella avesse avuto lì per lì uno specchio e ci si fosse veduta per entro, non sarebbe stata molto a capire il perchè d'una lode così spontanea. Quel giorno, la povera Giunia Sillana era verde come un ramarro.