— Mah, lo dicono tutti; e quando tutti dicono....

— Non è più il caso di ripetere; — interruppe Delia, nascondendo in un motto arguto la sua scontentezza. — Vuoi tu essere, o Postumio, il pappagallo di Clodia Metella?

— No, per gli Dei; al peggio dei peggi, mi sarei contentato d'essere il suo passero.

— Vent'anni fa?

— Mettiamo dieci, via! Ella non è così vecchia.

— Lo sembra. Ed io non so capire come mai, per quella Cibele inorpellata, il tuo amico Caio Sempronio abbia potuto dimenticare la giovine e fresca Glicera.

— Ho capito io; — pensò il giovinotto. — Queste donne son tutte beccate ad un modo. —

Postumio vedeva giusto. Dalla fidanzata di Cinzio Numeriano a quella superba di Giunia Sillana, tutte le spettatrici l'avevano a morte con Clodia Metella; non potevano patire quello sfoggio d'ori e di perle; sopra tutto non sapevano rassegnarsi alla nuova conquista che ella avea fatta, del più leggiadro e del più magnifico tra i cavalieri di Roma.

La conseguenza di tante bizze fu questa, che molte matrone, le quali da un pezzo salutavano mal volentieri Clodia Metella, o fingevano di non vederla quando la incontravano per via, si affrettarono a star su, appena finito lo spettacolo, e quali studiarono il passo, quali lo ritardarono, per modo da esser vicine a lei nell'uscita.

— Salve, divina! — incominciò una di loro, Marzia Amerina.