—Egli aveva lasciata una lettera per voi?—domandò, indicando un foglio che l’ufficiale teneva ancora aperto tra mani.
—Sì, per me, che pure mi ritrovavo a pochi passi da lui; rispose l’ufficiale. Povero conte! come ha dovuto soffrire, scrivendola!—
E guardava il signor di Vaussana con piglio severo. Maurizio si volse a guardare dietro di sè. Non c’era nessuno; anche Filippo era uscito. Egli allora, cedendo ad un impulso repentino dell’anima, si accostò all’ufficiale, e a voce bassa, ma con accento vibrato, incominciò:
—Signor Dutolet, siete voi sempre di quella rara perizia nelle armi, che io ho ammirata altre volte?—
L’uffiziale rizzò la testa, e squadrando il signor di Vaussana dal capo alle piante, gli domandò:
—Che cosa volete voi dire?
—Voglio chiedervi,—rispose Maurizio, non mutando voce nè accento,—se a venticinque passi, come facevate due anni fa, a venti, a quindici, come vi pare, sareste sempre capace di mettere una palla nel bersaglio, senza puntare, guardando magari in aria, alzando appena il braccio, e portandolo automaticamente in linea.—
L’ufficiale guardò un istante negli occhi il signor di Vaussana; poi, senza batter ciglio, replicò brevemente:
—Sì.
—Sta bene;—disse Maurizio.—E quando?