Il dottore voleva ridiscendere in paese per fare la sua dichiarazione. Invitò il signor di Vaussana a seguirlo.

—No, grazie, rimango ancora;—rispose Maurizio.—Non ho forza di muovermi. Veglierò questo cadavere, come ho vegliato quell’altro.—

E chinò la testa sul petto, mentre il dottore usciva dalla stanza. Ma, subito dopo, un uscio dall’altra parte si aperse, e Maurizio sentì che il Dutolet stava per comparire. Alzò la fronte, e vide infatti l’ufficiale, che usciva dallo studio del conte Ettore, grave, rigido come sempre, ma più severo, più accigliato del solito.

—Il dottore?—disse il Dutolet, volgendogli a Filippo, che era rimasto in mezzo alla camera.

—Esce adesso, signor comandante.

—Richiamatelo; debbo pregarlo di un favore.—

Il medico era ancora sulla scala; richiamato dalla voce di Filippo, ritornò subito nella stanza.

—Io non ho pratica degli usi e delle leggi di qui;—disse allora il Dutolet.—Vogliate chiamar voi, signor dottore, le autorità competenti. Ho trovato or ora sulla scrivania del generale il suo testamento. È suggellato; sono autorizzato ad aprirlo; non lo farò senza testimoni.—

Il dottore s’inchinò, e partì, promettendo di ritornare al più presto possibile.

Maurizio in quel punto si alzò. Il Dutolet lo scorse allora, e non potè trattenere un gesto d’ingrata maraviglia. Se ne avvide Maurizio; ma non aveva da offendersi per così poco.