—Sorella mia,—rispose tristemente Maurizio,—è questo il tempo. Pregate per chi n’è stato cagione.—

La contessina chinò gli occhi lagrimosi, appoggiandosi alla parete. Era profondamente commossa, la pietosa donna, e bene intendeva ciò che volesse dire suo fratello in quel punto. Egli passò, scese rapidamente nel vestibolo, e aperto il portone uscì fuori. Andava a bruzzico, vedendo abbastanza la strada; non badando, per altro, che passava pel sentiero della montagna. Se ne avvide, al rabbrividire che fece, sentendo sulla sua testa il fragore della cascata.

Che orrore! che orrore! E ad un certo punto, udendo dietro a sè un rumore di passi, un rumore tanto più incalzante quanto più egli correva veloce, pensò che uno spettro lo inseguisse. Di certo, le visioni e gli incubi di quelle trentasei ore passate non lo avevano ancora abbandonato del tutto. Fermatosi, col coraggio della disperazione, vide Filippo, che lo seguiva ansimando.

—Signor conte,—gli disse il brav’uomo,—è difficile seguirla. Pare che abbia le ali.—

Giunto alla Balma, trovò tutta la casa in trambusto. Ascese le scale volando, come diceva Filippo; seguito da lui entrò nell’appartamento del generale. Il medico Soleri stava già nella camera. Si volse, all’apparire di Maurizio, e crollando malinconicamente la testa, gli disse:

—Sono giunto anch’io troppo tardi.—

Maurizio si avvicinò al letto del generale. Il vecchio gentiluomo era là, disteso, irrigidito, livido, con gli occhi semiaperti, la bocca fortemente contratta da un lato; fiero ancora nell’aspetto, orribile a vedersi nella torva guardatura di quegli occhi stravolti.

Com’era andata? I servitori raccontarono. Il generale si era ritirato nella sua stanza alle dieci di sera. Nella notte, intorno alle due, aveva suonato. Filippo che dormiva poco distante da lui, era accorso; ma il suo padrone non aveva potuto dirgli perchè avesse suonato; rantolava, agitava un braccio, come in atto di chieder soccorso. Spaventato, il servitore si era affrettato a svegliare il comandante Dutolet e tutti gli altri della casa: poi, mentre essi cercavano di soccorrere il generale, dandogli a bere qualche goccia di liquore, spruzzandogli d’acqua il viso ed il petto, egli, Filippo, era corso a precipizio in paese per avvertire il medico, per avvertire il conte di Vaussana.

Nè altro c’era da dire. Qualcheduno, alla rapidità fulminea di quella morte, aveva sospettato un suicidio. Non potendo sopravvivere alla contessa, aveva egli forse ingoiato un veleno? Ma così non la pensava il dottore, osservando tutti i segni di una apoplessia per congestione cerebrale. A questa fine il conte Ettore era predisposto dall’età, dalla vita sedentaria, contro cui il medico stesso aveva già protestato più volte. Causa prossima del triste caso non poteva essere che un patema d’animo sopraggiunto in quei giorni: e c’era stato pur troppo, il patema d’animo, violento, manifesto, innegabile, nella morte della moglie adorata: quello, e non altro, il veleno.

Maurizio lo sapeva bene, lo conosceva anche meglio del dottore, il veleno che aveva ucciso quell’uomo. E cadde senza far parola, sul seggiolone a piè del letto, rimanendovi accasciato, assorto ne’ suoi negri pensieri. Quante rovine intorno a lui, e per cagion sua, per colpa sua! Il destino.... Si accusa facilmente il destino degli errori degli uomini. Ed era lui, Maurizio, conte di Vaussana, nel cui scudo era inciso il motto «tout droict Sospel», lui, il cavaliere senza macchia, il credente, il virtuoso soldato, che aveva fatto tutto ciò? che aveva portata la maledizione in quella calma dimora, alta nella stima degli uomini come era elevata sul colmo del monte, in quel nobile asilo della grazia disposata all’onore?