Balzò dal letto e corse ad aprir la finestra. Un barlume di luce bianchiccia appariva da levante. Potevano esser le tre del mattino. Chi batteva frattanto? Si affacciò, per domandare, mentre un’altra finestra si apriva al piano inferiore.

—Son io.... Filippo;—rispose una voce dal piazzale.

Filippo era il nome di uno dei servitori della Balma.

—Che c’è? che volete?—chiese Maurizio, riconoscendolo.

—Il generale....—ripigliava quell’altro, con voce rotta dall’affanno.—Signor conte, il mio padrone sta male, molto male. Venga per carità. Son già passato dal medico, che si è vestito subito; a quest’ora è già in cammino.—

Maurizio lasciò il davanzale, e al fioco albore che penetrava nella camera, andò verso l’uscio. Era vestito tuttavia; poteva correre senz’altro. Sul pianerottolo, con un lume tra le mani, si affacciava allora allora il suo servitore, che veniva ad offrirgli l’opera sua.

—Signor conte,—gli disse il servitore,—non vuole almeno cambiarsi? Ne avrà bisogno, mi pare; perchè senza spogliarsi è andato a letto: e ieri, e l’altra notte non ha fatto che dormire. Sarà anche necessario che prenda qualche cosa.

—No, no, impossibile; non c’è tempo da perdere.—

Così dicendo, Maurizio infilava la scala. Al piano inferiore trovò illuminato il salone. Una figura di donna, in accappatoio bianco, veniva incontro a lui. Gli parve di veder Gisella, e tremò tutto: ma si riebbe tosto, riconoscendo Albertina.

—Oh Dio!—diss’ella.—Sempre disgrazie?