Fremette quell’altro, sentendo l’offesa. E si alzò, guardandolo ancora, guardandolo sempre. Una frase, la frase, la terribile frase, voleva in quel punto venirgli alle labbra. Già apriva la bocca; già stava per proferirla, mentre il vecchio pareva aspettarla, e aspettandola gli s’illuminavano d’una strana luce gli sguardi. Ma quella luce si spense ad un tratto; le palpebre si abbassarono, si chiusero violentemente, e la fronte del vecchio si scosse, come in atto di scacciare a forza un pensiero molesto.
—No, no!—gridò egli con piglio furibondo, con accento disperato.—Va’ via! va’ via! va’ via!—
Maurizio raccapricciò, al pensiero di ciò che stava per fare. Chinò la testa, come dicendo a sè stesso: ha ragione; ed uscì dalla stanza, mentre quell’altro, non istando più alle mosse, prendeva a misurare con passi concitati il pavimento. Scese le scale, fuori di sè dall’ira, dal rimorso, dalla vergogna: sarebbe giunto fuori dell’atrio senza vedere nessuno, se proprio sul limitare il passo non gli fosse stato impedito.
Era un gran movimento, laggiù: i servi affacciati sull’ingresso; un facchino che entrava allora, con una grossa valigia sulle spalle; dietro a lui, ancora sulla gradinata, un bagliore di larghi e lunghi calzoni rossi. Maurizio riconobbe il comandante Dutolet, arrivato in quel punto, ancora in piccola divisa di capo di battaglione. Non poteva evitarlo. Del resto, perchè lo avrebbe evitato? Veniva a dargli la muta; veniva proprio in buon punto, mentre egli smontava la sua guardia, e per sempre.
Il buon ragno, come lo chiamava Gisella, non gli fece dimostrazioni di tenerezza. Erano sempre stati, l’uno verso dell’altro, nei termini di una fredda cortesia. Un cenno del capo, una frase a mala pena incominciata, che volesse dire e non dire, dovevano essere più che bastanti. Maurizio, per altro, nel passargli daccanto, aggiunse poche parole di ripiego, che nella gravità del momento potessero giustificare la freddezza dell’incontro, agli occhi della gente di servizio.
—Il generale—diss’egli—ha gran bisogno di voi.
—Lo penso;—rispose l’ufficiale, facendo un breve saluto cerimonioso.
Maurizio s’incamminò sulla spianata, verso il gran viale de’ tigli. Oramai, per ritornare al Castèu, come per venire alla Balma, non passava più dal sentiero della montagna. «Lo penso» andava intanto ripetendo tra sè: «Lo penso!» E pensò egli pure; pensò che il Dutolet aveva ragione anche lui, se pensava che egli, Maurizio, non fosse il miglior compagno di lutto per il vecchio castellano della Balma.
Capitolo XIX.
Rovine!
Giunto al Castèu senza neanche vedere la strada, simulò un mal di capo fortissimo, intollerabile. Effetto di grande stanchezza, soggiungeva egli; passerà con qualche ora di riposo. La stanchezza era più che giustificata da tante veglie, da tante commozioni, sostenute pei suoi amici della Balma. In casa volevano fargli prendere qualche ristoro; ma egli ricusò asciuttamente ogni cosa; voleva dormire, dormire, e nient’altro. Andato a rinchiudersi nella sua camera, si buttò vestito com’era sul letto, e si addormentò. Certamente era stanco; la natura voleva la parte sua. Ma se il corpo dormiva, la mente vegliava, la mente torbida di dolorosi pensieri. Stette lunghe ore sul letto, in apparenza inerte, ma col cervello sconvolto, agitato da sogni pazzi, da visioni terribili, da incubi spaventevoli. La montagna gl’incombeva sull’anima; la cascata dell’Aiga aveva gran parte nelle visioni del dormente. Cantava l’abisso, invitandolo; ed egli e lei si precipitavano abbracciati nel baratro. Ah, meglio sarebbe stato il morire così, tutt’e due, in un punto, che non quello spegnersi lento e doloroso di lei, e il sopravviver codardo di lui. Perchè viveva egli ancora? perchè il cielo non aveva pietà? perchè lo condannava a star lì, ancora e sempre, sospeso ad un filo? L’idea del suicidio, ultimo scampo ai terrori, non gli era venuta fino a quel punto, neanche nel sogno. Perchè? forse perchè lo stato suo era tutto d’inerzia, non di ribellione al dolore. Si sentiva palleggiato, travolto di visione in visione, mezzo addormentato, mezzo desto, tra la incertezza e la coscienza di sè. Sopra tutto, sentiva un grande stiramento delle fibre del cervello, che parevano volersi tutte spezzare, e non si spezzavano mai. Ad un certo punto si vide ancora ammalato, col ghiaccio alla testa, vaneggiante, delirante, colla gente attorno, che ascoltava tutte le sue parole, che coglieva a volo tutte le confessioni a lui strappate dalla febbre. E quell’uomo lo aiutava a parlare, gli levava le parole di bocca, compiva egli le frasi che non uscivano intiere; la povera creatura adorata si torceva nello spasimo, si copriva la faccia con le palme, negava, fuggiva disperata dalle unghie del vecchio; ed egli, trattenuto, inchiodato là dal suo male, non poteva muovere al soccorso. Che orrore! e quell’altro l’aveva afferrata pei capelli; alzava la mano, armata d’un coltello, e feriva, feriva a colpi replicati. Il sangue scorreva, allagava il terreno, cresceva, cresceva, ed egli ci diguazzava per entro. Che orrore! Volle uscirne, uscirne ad ogni costo, scivolando, lordandosi di quel sangue, bevendolo, bruciandosi il cuore. E si destò in soprassalto, non vedendo nulla, ma sentendosi nel suo letto, e udendo battere, batter forte, a replicati colpi, all’uscio di strada. Quei colpi rintronavano sinistramente nella oscurità della notte.