—Lasciarvi solo?...—balbettò Maurizio.—

Il generale tentennò la testa, e trasse un sospiro.

—Non lo sono io forse, e per sempre?—esclamò.—Ho perduta la poesia della mia vita; ho perduto il mio Dio.—

E diede in un pianto dirotto. Poteva piangere, quell’uomo. Maurizio no. Perchè? Egli ne sentì una rabbia sorda, profonda nel cuore. E crescendo questa, e montando, come fa certe volte, dal cuore alle labbra, volle dire a quell’uomo: vi ho ingannato. Sarebbe stata un’espiazione. Aveva il coraggio fisico di farlo; gli venne meno il coraggio morale. Infine, il dire a quell’uomo: vi ho ingannato, non sarebbe stato un confessargli altresì: ella vi ha ingannato?

Ed era là, sempre là; accanto a quell’uomo, per non lasciarlo solo nel suo dolore. Il giorno dopo la morte di Gisella si era telegrafato al Dutolet, che si trovava allora di guarnigione a Saumur, sperando che potesse ottenere una licenza straordinaria, per venire ad assistere il suo vecchio comandante. Il Dutolet possedeva tutta la fiducia del conte; conosceva i suoi interessi; poteva essere di un prezioso aiuto al suo generale, che oramai non pensava più a nulla; vera rovina d’uomo e d’intelligenza!

Maurizio era andato un mattino a cercarlo. Il conte non si vedeva al pianterreno, ed egli salì al primo piano, andando di camera in camera, fino alla stanza di Gisella. Era di casa, allora più che mai; nessuno poneva mente al suo andare per ogni verso, là dentro. In quella stanza, del resto, egli entrava ogni giorno, restandoci lunghe ore in compagnia del padrone di casa, muti ambedue. La stanza, tolti da tre giorni i funebri apparati, era vuota e fredda; per le finestre aperte penetrava la luce grigia d’una giornata nuvolosa. Il letto, il piccolo letto sotto un gran padiglione di stoffa azzurra operata, con trine di vecchio oro, si vedeva diligentemente rifatto, come se aspettasse ancora la sua dolce signora. A capo del letto, sulle grandi pieghe della cortina, pendeva in isporto una tavola antica, donde una bella Madonna di Ludovico Brea, forse il capolavoro del buon pittore nizzardo, chinando amorosamente la testa sul divino infante, sembrava covare, coi grandi occhi neri, il capezzale della contessa.

Entrato in quella camera triste, Maurizio provò un’altra volta il senso di mancamento che lo assaliva sempre colà, più profondo che altrove. Quanto tempo vi rimase meditando? Non lo seppe egli, che oramai non contava più il tempo, nè più badava ai proprii atti. Entrò ad una cert’ora il conte Ettore, e non parve avvedersi della presenza di Maurizio; nè questi si mosse per lui dall’angolo in cui era seduto. Era sempre così, tra quei due. Il generale andò risoluto verso il piede del letto, s’inginocchiò, ascose la faccia sulla balza della coperta di seta; e rimase là, in atto di preghiera, singhiozzando. Maurizio sentì una stretta al cuore; gli parve di soffrir mille morti, mentre quell’uomo piangeva e pregava, ed egli non poteva pregare nè piangere. Soffriva ancora pensando che le labbra di quell’uomo baciavano il tessuto morbido su cui tante volte si era posata la mano di Gisella; e così soffrendo sentì l’odio antico montar su, montar dal cuore alla gola. Maurizio in quei giorni faceva paura; non lo sapeva, perchè non si guardava più, non badava più a sè; ma era diventato uno spettro. Lo vide il generale, quando si alzò; lo vide, lo fissò lungamente negli occhi, fissato lungamente egli pure da quegli occhi lucenti nell’ombra, e gli disse con accento di stizza:

—Tu soffri dunque più di me?—

Maurizio rabbrividì involontariamente alla domanda improvvisa. Era anche la prima volta che quell’uomo gli dava del tu. Non si mosse, tuttavia; non rispose; seguitava a guardare.

—Mi annoi;—riprese il vecchio, cedendo ad un moto repentino di collera.—Va’ via.—